Il cavallo, le mura e la libertà: cosa ci insegna davvero Troia

Il mito antico svela una verità moderna: i sistemi chiusi crollano, la libertà crea.

Nel tempo in cui l’Europa ridisegna le proprie politiche abitative, energetiche, fiscali, invocando l’emergenza come strumento normativo permanente, la rilettura della guerra di Troia si rivela più che mai necessaria. Quella che i poeti ci hanno tramandato come un conflitto per motivi d’onore, nasconde una tensione permanente tra potere e libertà, tra ordine imposto e azione individuale. E se i protagonisti sono eroi e dei, la loro lezione più profonda riguarda l’essere umano, la sua capacità di scegliere, creare, resistere.

Troia, nella narrazione omerica e nella realtà archeologica restituita dagli scavi di Hissarlik, è una città forte, strategica, chiusa. Domina il passaggio tra Egeo e Mar Nero, esercita un potere commerciale fondato sul controllo. Come ha osservato Erodoto, non fu solo Elena a scatenare la guerra, ma la volontà di riaffermare un equilibrio tra potenze. I Greci, un’alleanza imperfetta di città autonome, incarnano un altro mondo: competitivo, frammentato, ma aperto. Non vi è un unico comando, ma molteplici interessi. Un arcipelago politico, non un impero.

La lettura moderna conferma l’intuizione. Joachim Latacz ha mostrato come Troia VII (fase successiva alla Troia VI, che presentava grandi mura, ma abbattuta probabilmente da un terremoto nel 1300 circa a.C.). distrutta intorno al 1250 a.C., corrisponda per cronologia e struttura difensiva alla città omerica, ossia quella descritta nell’Iliade come assediata e distrutta dai Greci. Manfred Korfmann ne ha evidenziato il ruolo di centro commerciale internazionale, crocevia di interessi economici, non solo teatro mitologico. Michael Wood, nel suo viaggio tra poesia e archeologia, ha concluso che il mito conserva tracce attendibili della realtà.

Il cavallo di legno, simbolo dell’ingegno greco, è il gesto che rompe la staticità dell’assedio e smaschera la fragilità dell’ordine apparente. Non è la forza, ma l’idea, l’imprevedibilità dell’uomo libero a cambiare il corso della storia. Un insegnamento che oggi dovrebbe riecheggiare tra chi, in nome della stabilità, impone regolazioni uniformi, e chi rivendica il diritto all’eccezione, alla scelta, alla responsabilità.

Achille non accetta l’ingiustizia di Agamennone e si ritira dal conflitto. È un gesto politico prima che personale: l’affermazione dell’autonomia morale contro l’autorità centralizzata. Ulisse, più sottile, affronta il mondo come un esploratore dell’incertezza. Non cerca modelli, ma soluzioni. Non chiede protezione, ma possibilità. Entrambi sono figure della libertà che si oppone al potere cieco, impersonale.

Enea, nell’Eneide, non salva Troia, ma salva l’essenziale: il padre, il figlio, gli dei. Quando fugge, non porta con sé le istituzioni, ma la memoria. E proprio a Roma fonderà una nuova civiltà, nata non dalla pianificazione ma dalla resilienza. Virgilio gli fa dire, per bocca di Laocoonte: “Timeo Danaos et dona ferentes” (“Temo i Danai anche quando recano doni”). La diffidenza verso ciò che non è previsto, codificato, regolato è il riflesso della paura del nuovo. Ma il nuovo, se respinto, si impone da sé.

Nella realtà contemporanea, in cui la sicurezza è diventata parola d’ordine assoluta, e ogni aspetto della vita – dalla mobilità all’energia, dal denaro alla casa – è soggetto a programmazione, la vicenda di Troia appare controcorrente. Non perché neghi i pericoli, ma perché ricorda che ogni rigidità, se assolutizzata, genera vulnerabilità. Le città chiuse, le economie protette, le norme che non ammettono eccezioni, sono il terreno su cui attecchisce il declino.

La libertà, come il viaggio di Ulisse, è faticosa, esposta al rischio, non garantita. Ma è anche la sola condizione nella quale si producono invenzioni, scoperte, rinascite. Di fronte alle nuove forme di controllo – tecnologico, fiscale, ambientale – il modello da seguire non è dunque la rocca troiana, antica metropoli asiatica, ma Itaca: un luogo da conquistare con fatica, senza scorciatoie, senza pretese d’infallibilità.

Ogni sistema che soffoca la libertà in nome dell’ordine, prima o poi, soccombe. E non per colpa di un nemico esterno, ma per il rifiuto interno del pluralismo, della critica, dell’errore. La vera sicurezza nasce dalla libertà ben usata, non dalla gabbia ben progettata. Come insegna la caduta della città di Priamo, nulla è più pericoloso della convinzione di essere invulnerabili.

Aggiornato il 02 aprile 2025 alle ore 10:36