La manina ammerigana

Dopo gli “occhi di tigre” targati Enrico Letta, secondo il quale la vittoria delle destra va impedita con ogni mezzo, e dopo i proclami alla mobilitazione di Michele Emiliano, secondo il quale i fascisti devono sputare sangue prima di vincere, eravamo tutti in trepida attesa della mossa di qualche solerte procura: un fascicolo, uno scandalo, un arresto, una inchiesta. Insomma, ci aspettavamo la solita procura a orologeria, quella che in campagna elettorale lavora anche di notte pur di mascariare quelli che vorrebbero contendere il Governo alla sinistra. Con nostra somma sorpresa (ma non troppa per la verità) è giunto invece il dossier degli 007 americani, una roba che racconta senza raccontare di soldi russi distribuiti ai partiti europei per aumentare l’influenza di Vladimir Putin in Occidente. Una serie di allusioni poi smentite, una paccottiglia di insinuazioni su alcuni partiti italiani i quali, prima sono con certezza nei dossier e poi con altrettanta certezza, non esistono. E nel frattempo, questa fantomatica documentazione, viene divulgata ma non troppo (solo i soliti giornaloni ben informati hanno potuto prenderne visione) come se qualcuno volesse lasciarla sospesa a mo’ di avvertimento per chi si appresta a vincere le elezioni e governare.

Sì, per i tempi e le modalità di diffusione questo ci sembra un vero avvertimento in stile mafioso fatto da chi si professa alleato del nostro Paese. E allora domandiamoci: chi veramente sta tentando di deviare il corso della politica italiana? Mosca, con i suoi rubli tutti da appurare o Washington con una insulsa attività di dossieraggio? E perché questo semi sputtanamento pre-elettorale? Quale rassicurazione o cenno di resa si aspetta l’Amministrazione Biden per non andare oltre? Siamo sicuri che in ogni caso, un giorno dopo le elezioni italiane, questa immondizia spionistica cesserà e solo allora sapremo che si trattava di un documento non ufficiale, superato o vattelappesca.

Ma non finirà così. Se queste sono le premesse, il centrodestra non avrà vita facile: non andrà lontano una coalizione non proprio granitica, vogliosa di andare in Europa con il machete a dire che è finita la pacchia, determinata a prendere di petto le burocrazie, desiderosa di arrivare con il lanciafiamme a scardinare tutti i provvedimenti (anche quelli graditi alla gente) nel nome di una battaglia all’assistenzialismo, rigida sui cosiddetti diritti civili, troppo attenta al commerciante e alla fabbrichetta. Perché una coalizione così si sta facendo troppi nemici (burocrazia, alleati esteri, lobbies, minoranze, cittadini che campano di sussidi). E per stare in sella quando i nemici sono così tanti, devi avere un personale politico inattaccabile dal punto di vista personale, eccellente dal punto di vista tecnico, scaltro dal punto di vista politico, dotato di una visione prospettica fuori dal comune e capace di mediare in maniera alta. Perché andare al Governo non vuol dire comandare in solitudine imponendo le proprie regole senza sentire ragione.

Se così dovesse essere, l’alternativa sarà la solita serie di inchieste giudiziarie, il dossieraggio estero, la speculazione sul debito, la rivendicazione dei cittadini cui si toccano diritti acquisiti, le indagini dei soliti reporter che si svegliano a legislature alterne, la resistenza delle burocrazie, il discredito degli opinion maker. Insomma, se questa coalizione pensa di andare in maniera tamarra nella stanza dei bottoni minacciando sfracelli come un qualsiasi bullo di periferia, allora non avrà vita lunga. Imploderà perché l’Italia (a torto o a ragione) non vuole un Paese a immagine e somiglianza delle convinzioni del leader di turno, ma un Paese migliore (non diverso, si badi bene, migliore governato in maniera politicamente laica). Per questo, se il centrodestra userà lo sferzante “metodo Brunetta” (quel Renato Brunetta che si è messo contro proprio tutti), uscirà di strada alla prima curva. E allora avrà ragione Matteo Renzi che già si sta fregando le mani, convinto com’è che tra sei mesi, con un colpo di teatro, riuscirà a imporre una nuova maggioranza guidata dall’attuale premier, in seguito all’implosione di chi si è limitato a vincere le elezioni e non a governare.