Conversioni improbabili

In un lungo articolo di questi giorni Ernesto Galli della Loggia sostiene una tesi che, secondo me, si pone al limite della ragionevolezza. Si tratta del giudizio da esprimere sugli uomini politici quando cambiano idea e magari passano in un partito diverso da quello in cui hanno operato in precedenza. Galli della Loggia sostiene che la democrazia prevede anche questo e che, dunque, non vi è nulla di cui scandalizzarsi. In linea di principio una simile tesi è del tutto accettabile ma ad un paio di condizioni che, a mio modo di vedere, non sono affatto secondarie. La prima, ed è la più rilevante, riguarda la natura del partito o movimento politico dal quale un uomo politico si stacca sulla base di nuove convinzioni.

Infatti, uscire da un partito d’opinione non condividendo più le sue posizioni e proposte, non solo non deve sconcertare né far necessariamente gridare all’incoerenza, magari adottando l’epiteto di “voltagabbana”, perché costituisce un fatto potenzialmente utile per la riflessione di altri uomini politici e degli stessi elettori. Altra cosa è l’uscita da un partito che, come quello comunista o fascista di cui parla lo stesso Galli della Loggia, non si nutra di opinioni ma di visioni ideali globali in cui tutto si tiene, dalla concezione della Storia alla natura umana, dalla soluzione definitiva e irreversibile dei problemi sociali alla consacrazione rivoluzionaria di una classe o di una nazione. In questo caso più che di mutamento di opinioni dovremmo parlare di una conversione stupefacente, decisamente radicale e piuttosto improbabile. Effettivamente, il fatto che una simile conversione sia stata attuata da centinaia di ex comunisti o ex fascisti genera una ovvia perplessità e fa pensare ad una strategia tesa semplicemente a ‘riciclare’ la propria presenza nel mondo politico.

Galli della Loggia la pensa allo stesso modo solo nei confronti di uomini politici – che sarebbero i soli veri voltagabbana – i quali cambiassero idea, e partito, per miserevoli interessi contingenti, come un posto di sottosegretario o cose del genere. Ma la logica non vedo perché debba essere diversa per un comunista o un fascista che, ex abrupto, si dichiarasse liberale, atlantista e difensore della libera iniziativa. Ciò che Galli della Loggia sottovaluta, in effetti, è la pregnanza e la sedimentazione dei principi e dei valori che un comunista o un fascista hanno sviluppato negli anni facendone una vera e propria ragione di vita, ossia un tratto di fondo della loro personalità in ogni ambito dell’esistenza e dell’attività sociale. E qui si inserisce la seconda condizione che Galli della Loggia non prende nemmeno in considerazione e cioè la durata della condivisione ideale e politica che ha caratterizzato la vita di un comunista o di un fascista. Va da sé che un ventenne dell’epoca mussoliniana va sicuramente apprezzato se, dopo la guerra, intuisce che erano e sono preferibili altri ideali rispetto a quelli entro i quali è cresciuto e la stessa considerazione può valere per un giovane comunista che, magari gradatamente, è costretto dai fatti a riconoscere la brutalità di qualsiasi regime di socialismo reale.

Ma un deputato o un senatore di 50 o 60 anni, il quale riconosca di aver perseguito obiettivi che ora riconosce come altamente indesiderabili, dovrebbe avere semplicemente la dignità di ritirarsi a vita privata evitando di assumere l’irritante prosopopea del difensore di principi e valori nei quali non ha mai creduto e di adottarne il relativo linguaggio per pura ricerca di omologazione, a cominciare proprio dall’aggettivo ‘liberale’. Dunque ciò che conta non è la conversione in sé, sempre benvenuta, di un uomo politico, ma la sua ostinazione nel voler far parte della classe dirigente di un Paese liberal-democratico dopo averlo combattuto senza tregua per vari lustri.

Un generale di lunga data che sbaglia e perde una guerra o un manager che porta un’impresa sull’orlo del fallimento ha certamente diritto a ricredersi e cambiare idea sulla strategia che avrebbe dovuto seguire. Ma ciò che di più elegante potrebbe fare, senza la disinvolta arroganza di salire in cattedra come se portasse in dote la preziosa esperienza derivante da un passato glorioso mentre è erede di un disastro, è mettersi al tavolino e scrivere le proprie memorie.