Le fake news su un Dpcm che viene da lontano

Nella stagione delle fake news in questi giorni se ne è aggiunta un’altra anche a opera di qualche esimio Professore universitario, che non riesce a distinguere tra un decreto legge e un Dpcm (solo per questo andrebbe licenziato) e che si chiede come mai inspiegabilmente il Dpcm entri in vigore il 24 settembre, ovvero alla vigilia del voto politico. Dovrebbe ricordare, l’emerito professore, che essendo il Dpcm una fonte normativa secondaria, per tutti gli aspetti giuridici e procedurali legati alla sua attuazione, si richiama alla legge che, come tutti sappiamo, entra in vigore il quindicesimo giorno dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. In questo caso, essendo stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 9 settembre, dopo essere stato registrato alla Corte dei conti il 6 settembre, i 15 giorni coincidono casualmente con il 24 settembre. Su questa data si è scatenata la fantasia di persone aduse a strumentalizzare la buona fede dei cittadini a loro uso e consumo, facendo un uso spregiudicato della disinformazione. Oggetto del contendere è il decreto del presidente del Consiglio dei ministri del primo agosto 2022, numero 133, che aggiorna ai nuovi sistemi digitali la disciplina di alcune attività della presidenza del Consiglio già regolate dal Dpcm del 6 agosto 2014 – che per questo viene abrogato – sottoscritto dall’allora premier Matteo Renzi. Tutte le polemiche divampate sui social sono state innescate da tre parole contenute nel titolo del provvedimento, “esercizio dei poteri speciali”, che sono quelli indicati dal decreto legge numero 21 del 15 marzo 2012 approvato dal Governo di Mario Monti e prima ancora in una legge del 1994.

Per chi non ha ancora imparato o non ha voglia di comprendere le norme attualmente in vigore nel proprio Paese, provvediamo a rinfrescare la memoria e spiegare che quel decreto legge si riferiva a quella che comunemente noi siamo abituati a chiamare “Golden share”, ovvero gli strumenti che il Governo deve utilizzare per la tutela e la difesa delle infrastrutture materiali e immateriali cosiddette strategiche per evitare che finiscano nelle mani di Paesi stranieri. Il decreto legge approvato dal Governo Renzi era stato sollecitato dalla necessità di adeguare la normativa italiana a quella comunitaria anche in seguito a una procedura di infrazione con la quale era stata bocciata la condotta italiana per aver abusato del potere di controllo nelle società operanti nel settore della difesa, delle fonti di energia, dei trasporti, delle telecomunicazioni e di altri servizi pubblici. Dal decreto legge è derivato, quindi, il Dpcm di Renzi, che non era altro che un regolamento di attuazione teso ovviamente a spiegare che i “poteri speciali” devono essere utilizzati, esclusivamente, per tutelare legittimamente degli interessi comuni come l’ordine pubblico, la sanità pubblica, la sicurezza pubblica e la difesa e altri settori che riguardano l’approvvigionamento energetico, l’erogazione dei servizi pubblici, la sicurezza degli impianti e delle reti dei servizi pubblici essenziali.

Basterebbe, quindi, un po’ di impegno da parte di tutti noi ma soprattutto la volontà di capire se quello che leggiamo sia vero o falso, per evitare di fare commenti approssimativi, imprecisi e viziati da pregiudizi costruiti ad arte e veicolati sul web con la stessa superficialità e malafede con la quale le notizie si scrivono e si leggono. Tutti ovviamente in questo caso sono pronti ad attaccare il premier dimissionario Mario Draghi senza nemmeno curarsi che la firma posta in calce al Dpcm è quella dal sottosegretario alla presidenza, Roberto Garofoli.

Per smontare tutte le fake news che sono state create ad arte attorno a questo provvedimento, basterebbe dedicare un po’ di tempo per leggere non solo il titolo, ma anche una parte del contenuto. Il testo, pur essendo incomprensibile ai più, contiene decine di richiami a norme già presenti nel nostro ordinamento da parecchi anni, che già di per sé spiegano come si tratti soltanto di un aggiornamento amministrativo per semplificare i procedimenti e l’attuazione di provvedimenti in un sistema sempre più digitalizzato. La malafede di quanti sono intenzionati a carpire la buona fede dei cittadini si smentisce anche leggendo l’articolo 3 del Dpcm, nel quale è disegnato il Gruppo di coordinamento con compiti di attuazione, già istituito dal Governo Renzi e regolamentato dal Dpcm 18 dicembre 2020, numero 179, del Governo di Giuseppe Conte. Tale gruppo di coordinamento sarebbe presieduto dal “Segretario generale” che attualmente è il presidente di sezione del Consiglio di Stato, Roberto Chieppa, scelto e nominato da Conte nel 2018, il quale ha gli stessi poteri che avrà successivamente all’entrata in vigore di questo Dpcm.

Il Gruppo è composto, inoltre, “dai responsabili degli Uffici dei Ministeri” e “dai responsabili designati dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale,” dal Consigliere militare del presidente del Consiglio dei ministri, il Consigliere diplomatico del presidente del Consiglio dei ministri e altre importanti figure. Si comprendono sicuramente i fini per cui questa notizia sia stata lanciata nel bel mezzo della campagna elettorale, ma certamente non giova alla maggior parte del mondo politico e dei partiti che sono in competizione. Del resto, sarà il nuovo Governo e in particolare il presidente del Consiglio che sarà nominato dopo il 25 settembre a decidere chi dovrà guidare il Gruppo di coordinamento. Per questo, diciamo che sarebbe ora di smetterla con le dietrologie e soprattutto con la cattiva informazione, che non fa altro che nuocere al nostro Paese.