Né carne né pesce

Non è dato sapere se Giuseppe Mazzini e Benedetto Croce si rivoltino nella tomba al cospetto delle evoluzioni che il partito Azione di Carlo Calenda sta disinvoltamente esibendo. Di certo, gli obiettivi fondamentali di Mazzini, in fatto di democrazia, sono da tempo realtà, ancorché bisognosi di perenne perfezionamento, mentre è forse più attuale la dura critica di Croce verso gli azionisti, motivata dalla persuasione che la libertà debba sempre prevalere, sia come fatto spirituale sia come principio politico. A ogni modo, al di là delle finissime argomentazioni di Croce, è possibile portare alla luce alcuni elementi critici fondati su semplici questioni logiche. Poiché il cosiddetto liberal-socialismo, o socialismo liberale, sta alla base delle due esperienze di Azione, quella degli anni Quaranta del secolo scorso e quella attuale, intellettualmente di sicuro molto più modesta, è sulla natura stessa del connubio fra liberalismo e socialismo che dovremmo riflettere. Per esempio, dovremmo chiederci come mai il progetto degli azionisti di ottanta anni fa sia piuttosto rapidamente fallito e come mai, quello di oggi, stia giocando una partita decisamente ambigua nella quale liberalismo e socialismo sembrano due palline che roteano su un unico tavolo da ping-pong.

La risposta non può che essere una: la povertà delle idee e, soprattutto, la loro intima contraddittorietà non determinano sempre una sintesi feconda bensì, come in questo caso, una più semplice e banale confusione. Una confusione, si badi bene, che regge poco di fronte ai fatti concreti e dunque alla presa delle decisioni politiche che si rendono necessarie e che, alla fine, deve risolversi in una scelta: liberali o socialisti? Ed ecco, allora, che gli attori, una volta aperto il palcoscenico, recitano la parte che più sta loro a cuore e, quella degli azionisti e dei socialisti liberali, è invariabilmente a sinistra.

La cosa non deve ovviamente stupire: come fa un poveruomo a essere contemporaneamente liberale e socialista, ossia ostinato difensore dell’idea che il benessere deriva dalla libera iniziativa e caparbio tutore della spesa pubblica finanziata dalle imposte? Messo alle strette, egli deve inesorabilmente scegliere rivelando la propria vera natura. Magari adottando l’apparente saggezza del “pragmatismo” come se, questo, non ereditasse ed esibisse comunque tutto un mondo di principi e valori. L’impiego dell’aggettivo “liberale”, di conseguenza, appare chiaramente nella sua mera funzione moderatrice del massimalismo socialista e nel suo ruolo elettorale, senza alcuna base teorica, né politica né in fatto di dottrina economica, lasciando che alla fine prevalga la residua anima socialista piuttosto che quella, ancorché genericamente annunciata, liberale.

In fondo, il socialismo liberale sembra fatto apposta per soddisfare il bisogno di una parte del ceto politico, e dell’elettorato, di non prendere posizione seguendo il principio in medio stat virtus, ritenendolo un buon antidoto al detestato conflitto, senza dunque capire che, non solo in politica, il conflitto ha una funzione corroborante perché fa emergere chiarezza delle idee e delle responsabilità. A ben vedere, mutatis mutandis, si tratta della stessa insipienza che sta alla base di una posizione neutralista, o peggio, ostentatamente pacifista, in politica estera.

In definitiva, il socialismo liberale non ha alcuna ragione di esistere poiché, da un lato, il socialismo si è già evoluto dando luogo alla socialdemocrazia e il liberalismo ha già fatto ampiamente i conti con la questione posta dalla democrazia. Si tratta, in ambedue i casi, di una evoluzione storica e filosofica di fondo e non di programmi o progetti contingenti. Su questi ultimi, il pensiero liberal-democratico e quello social-democratico non possono che opportunamente divergere e scambiarsi il testimone secondo il criterio dell’alternanza di Governo. Fra l’altro, una sintesi finale fra le due posizioni non ha alcun senso nemmeno sul piano proprio della democrazia: infatti, qualora un partito che si ispiri al socialismo liberale dovesse conquistare la maggioranza, chi dovrebbe esercitare il ruolo di opposizione? Forse gli sparuti gruppi estremisti di destra e di sinistra? Non c’è verso di uscire da una simile sterile e, per bene che vada, ingenua contraddizione. Per fortuna, l’elettorato non si lascia sedurre più di tanto da una proposta che non è né carne né pesce ma che, di fronte alla fame, finisce comunque e sempre per rivelare le proprie preferenze, così come i partiti “veri” fanno con maggiore chiarezza sin dall’inizio.