Ius scholae e italiani da fare

Qualche sera fa in televisione era invitato un parlamentare del Partito Democratico, il quale strenuamente difendeva il Ddl sullo Ius scholae, ripetendo che i giovani cui sarebbe stato applicato (ove approvato) erano “italiani” e avevano “diritto” alla cittadinanza.

È facile obiettare che un tale modo di ragionare ha il (doppio) difetto di dare per scontata e pacifica l’italianità (cioè il “presupposto di fatto” per la concessione della cittadinanza), ossia la cosa da provare, a realizzare la quale può concorrere (anche) la frequentazione scolastica; dall’altra che il tutto sarebbe un “diritto”. Ma se è un diritto (positivo) è inutile battersi per riconoscerlo; se invece è – com’è – una pretesa, occorre valutare se tale pretesa – promossa a diritto – sia legittima e opportuna. Che è poi l’oggetto del dibattito nell’opinione pubblica e in Parlamento.

Di fronte a tali argomentazioni strabiche e filiformi, la risposta acconcia è quella di Matteo Salvini: con tanti problemi che abbiamo, dalla guerra al Covid, dalle macro-bollette alla crisi energetica e all’inflazione, è proprio così pressante e decisivo il riconoscimento di cittadinanza? Ma invece di dare la consueta risposta dietrologica, che è importante per il Pd, il quale spera di trovare nei riconosciuti italiani un serbatoio elettorale sostitutivo di quello in gran parte perso (nonché una bandiera da sventolare), vediamo come sia stato considerato il problema da oltre due millenni.

Scrive Aristotele nella Politica, esaminando le cause dei rivolgimenti politici e quindi (anche) dei cambiamenti costituzionali, che “anche la differenza di razze è elemento di ribellione, finché non si raggiunga concordia di spiriti, perché, come non si forma uno Stato da una massa qualunque di uomini, così nemmeno in un qualunque momento del tempo. Perciò (coloro che) hanno accolto uomini d’altra razza sia come compagni di colonizzazione sia come concittadini dopo la colonizzazione, la maggior parte sono caduti in preda alle fazioni” (1303b). E prosegue, per dimostrarlo, con un lungo elenco di “inclusioni” finite in guerre civili.

Anche i romani, che della concessione della cittadinanza (a singoli o a collettività) fecero un efficace sistema d’integrazione, questa era normalmente uno dei benefici per i veterani non cittadini che avevano militato per 25 anni nell’esercito. Né i tempi erano granché solleciti: a parte l’editto di Caracalla (dopo oltre due secoli dalla costituzione dell’Impero), la cittadinanza latina (e non romana) fu concessa a tutta la Spagna all’epoca dei Flavi (anche qua, oltre due secoli dalla conquista) e mentre la Spagna dava alla letteratura latina alcuni dei più suoi grandi scrittori. Ma, a differenza dei politici italiani, i romani non misuravano benefici del genere con i tempi delle campagne elettorali. Anche la storia successiva prova che, per fare una nazione da più etnie, occorrono secoli.

Ernest Renan sosteneva che una “nazione è un’anima, un principio spirituale”, e soprattutto due cose la costituiscono, ovvero il comune possesso di ricordi nel passato e il consenso nel presente: “Un passato eroico, grandi uomini e gloria (mi riferisco a quella vera), ecco il capitale sociale su cui poggia un’idea nazionale. Avere glorie comuni nel passato e una volontà comune nel presente: aver compiuto grandi cose insieme e volerne fare altre ancora; ecco le condizioni essenziali per essere un popolo”. Ma qua di comune passato non se ne parla affatto, perché non c’è; l’altro è assai dubbio che esista (nel presente).

Quel che succede nelle banlieu francesi o nei quartieri islamici belgi non lascia granché da sperare. Ma soprattutto appare un misto di furberia burocratica e utopia interessata credere che per fare un italiano basti farlo nascere nel Belpaese e assolvere l’obbligo scolastico. Era un compito che – per noi, quindi assai facilitati rispetto agli immigrati – già toglieva il sonno ai governanti del Risorgimento consapevoli della necessità di fare gli italiani. E invece i nostri dem hanno trovato una soluzione così semplice e a portata di mano: un esame e passa la paura. Per una questione che, da Aristotele in poi, ha preoccupato statisti e pensatori, abituati a ragionare sulla realtà e sui precedenti storici (e giuridici). Se Massimo D’Azeglio lo avesse saputo…