Segreto di Fatima in Parlamento: il terzo polo?

Un fantasma si aggira tra Palazzo Madama e Montecitorio? Tranquillizziamo i lettori, non è il fantasma del soviet, che tanta illiberalità e tanta repressione ha cagionato agli individui, e alle loro comunità sociali. È un altro, diversissimo fantasma: quello del terzo polo politico-parlamentare. La questione esistenziale del terzo polo non è una questione di gruppo misto in Parlamento. Per terzo polo, infatti, non si intende una casella rimediale, o un rifugio per peccatori, per eretici bruciati, o bruciabili dai giochetti del partitocraticamente corretto. A garantire un posto misto per tutti ci sono già i sacrosanti regolamenti parlamentari, sempre perfettibili e mai perfetti, come tutto.

Per terzo polo potremmo intendere invece uno spazio politico in senso stretto, autonomo dal punto di vista dei valori e dello stile politico-culturale, ma non indipendente dagli altri schieramenti, tanto di destra quanto di sinistra. Eppure, il terzo polo viene visto oggi come una zona maledetta. Per certi versi lo sarebbe, in quanto terra politica di nessuno e proprio per questo una terra per tutti, dove si assumono sane intenzioni ma si consumano rimpasti. Una zona meticcia in cui non ci si rilassa mai, e questo farebbe bene ad ogni politica realista, perché non si è mai bastevoli a se stessi, ma identici a se stessi sì, fino a prova contraria e pur con tanti ragionevoli dubbi.

Nei momenti in cui si assiste ad una radicalizzazione della destra e della sinistra, per la necessità di rappresentare il Paese reale, i liberali cosiddetti “puri” tendono a dar vita ad un terzo polo centrista, quale spazio politico “naturale”, in cui le istanze liberali a tuttotondo si esprimono nelle proprie identità mobili, moderate ed inquiete. Nei momenti in cui invece si assiste ad una generalizzata moderazione politica, da parte della destra e della sinistra tradizionali, il campo polare del politically third diventa uno spazio meno identitario, più fluttuante. O nel peggiore dei casi uno spazio atomistico, a vocazione ostruzionista, in un’epoca in cui i regolamenti parlamentari non consentono più gli ostruzionismi radical di una volta.

Il terzo polo politico è figlio del pragmatismo in sé. Esso nutre una spiccata vocazione trans-coalizionista, e i suoi cultori più affezionati spesso sono individualmente trans-partitisti, più o meno abili in operazioni vertenziali in cui l’individualismo non scade mai in egoismo, ed anzi spesso assume caratteri carismatici, soprattutto da parte di chi sa muoversi tra i partiti e le associazioni portando avanti sempre le stesse battaglie di civiltà, per l’evoluzione delle laiche libertà personali. Gli individualismi sociali militanti, pluralisti e mai egoisti, se spinti da autentiche forze di volontà liberali dal basso, sanno agire strategicamente tanto negli angoli affamati della destra quanto negli angoli affannati della sinistra, senza mai andare oltre la sacrosanta necessità di avere una destra e una sinistra. Con questa metodologia vertenziale e transpartita, un po’ di pannelliana memoria (che non guasterebbe ma al contempo non basterebbe più), potrebbero essere condotte anche alcune battaglie economiche, trasversali e urgenti, nuove: per esempio la peculiare vertenza studentesca sull’abbassamento delle tasse universitarie durante e dopo i tempi emergenziali, o quella dei giovani professionisti nei loro drammi di generazioni “senza futuro”, il cui portafoglio viene comunque tassato, a partire dalle iscrizioni di mera presenza in albi ed elenchi.

Nella situazione attuale abbiamo una sinistra soft raccolta sotto il segno del Partito Democratico ed alleata con il M5S ufficiale, da un lato, e una destra tipizzata nel nuovo nazionalismo di Fratelli d’Italia, unica forza d’opposizione nel governo Draghi, dall’altro. Abbiamo una Lega (non più nordista) che si auto-dualizza tra l’apparato governativo draghiano e gli incontri con Viktor Orbán. In questo assetto politico, che astrattamente potrebbe rappresentare una anticamera naturale per i tentativi d’identificazione politica delle forze progressiste intorno al falò di un terzo polo, le vocazioni degli euro-liberali risultano invece diluite, all’interno del draghismo e all’interno delle oggettive emergenze epidemiologiche di un’Italia sovrastrutturalmente carente, che paga a caro prezzo le sue lentezze vaccinali verso gli anziani e verso i fragili. In quest’ordine disorientato, le piccole anime del centro non centrista pensato da Azione, Più Europa, Italia Viva e Partito Repubblicano italiano, tardano a far nascere una casa (progressista) delle libertà. La politica, si sa, è anche consenso popolare esteso ed estendibile. In questo momento quel consenso non c’è, per i partiti che singolarmente prenderebbero l’1, il 2 o il 3 per cento, al nazionale.

Nella creazione di un centro centrale e non centrista, quale eventuale terzo polo di bandiera in alternativa alla sinistra grillinizzata e alla destra identitaria, i piccoli partiti del progressismo lib-euro-dem si sentono sempre più soli. Intanto le cellule del movimento radicale con Mina Welby, Marco Cappato e vari ragazzi cresciuti con i banchetti e con le raccolte-firme vertenziali, stanno valorizzando la propria radicalità al di fuori ed al di là d’ogni eventuale terzo polo politico, intercettando esigenze trasversali ed intersezionali, interclassiste ed intergenerazionali, nei movimenti di cittadinanza, poggiando in modo nonviolento il proprio fondoschiena politico tra un sampietrino e un altro, davanti al Parlamento.

D’altronde una alternativa al terzo polo liberale “puro” – e quindi un’alternativa che relativizzi l’alternativa stessa – è rappresentata dalle scelte di militanza, a titolo individuale, in nuovi arcipelaghi associativi non partitici e non coalizionisti. Questi brand associativi, non venendo assorbiti dalle strutture e dalle regole statutarie dei partiti e dei poli, avrebbero comunque il modo di dialogare, proporre e arricchire il dibattito all’interno dei due poli, di destra e di sinistra. Irrorando in tal modo il tessuto programmatico del bipolarismo di centrodestra e di centrosinistra, inteso macroscopicamente e senza pregiudizi, le esigenze di fare leggi nuove sulle libertà individuali andrebbero a posarsi dove le sensibilità si accenderebbero, di volta in volta, voto per voto, in Parlamento.

All’interno di un riconfermabile bipolarismo, il centrosinistra dovrebbe capire qual è la propria missione principale (soprattutto adesso che dovrebbe ritrovarsi come compagno stabile il M5S), e poi mettersi a rifondare le proprie strategie operative, attualmente assai confuse. Il centrodestra invece, in questo momento soprattutto avrebbe il compito di mettere in pratica i propri programmi esecutivi, così come li aveva professati. Al centrodestra, infatti, si erano rivolte quelle sacche di popolazione meno garantite dalla mano pubblica, che versavano prima dell’estate e che ancora versano in un dramma economico, nonché psico-sociale, senza pronti precedenti.

Non è mai facile provare ad interpretare gli assetti identitari e programmatici degli schieramenti politici e delle anime della politica, in una società gassosa come quella attuale. Ancora più difficile è provare ad interpretarli sapendo d’essere da un lato un uomo assolutamente libero e indipendente, senza padroni, e dall’altro sentendo dal di dentro una vocazione politica militante, forte, che segue sempre in mare aperto una irrequieta idea di liberalismo progressivo, come stella polare. Volendo dismettere per un istante ogni metodo rigorosamente relativista, sino ad ora utilizzato, non ci resta che chiederci se il prossimo segreto di Fatima sia proprio il terzo polo politico, tanto amato ma tanto tergiversato dalle stesse forze politiche che dicono di volerlo. Se per esempio il quarto segreto di Fatima è il politically third, quale sarà il quinto segreto? L’ennesimo e sempre abortito terzo polo? Ex aequo!

Occorre chiedersi se sia davvero il politically third la via, per un liberalismo new-age, che si dimostri idoneo ad amalgamare la conservazione realista del buono con il progresso verso il meglio.