La Regione Tuscia, una occasione mancata

Il periodo storico attuale caratterizzato, da troppo tempo, da una schizofrenica e forse studiata “dittatura da pseudo-pandemia” o “Covidittatura”, mi riporta a ragionare sull’infelice idea di colorare le regioni in funzione dei contagi da Covid, come se un confine geografico regionale tracciato, spesso maldestramente sulla carta geografica, condizionasse la diffusione o meno di un virus. Proprio questo paradosso del blocco degli spostamenti interregionali, sic et simpliciter, mi ha fatto rammentare un mio datato studio fatto per la tesi di specializzazione post lauream, durante il quale ebbi l’opportunità di reperire un giornale dal titolo “Tuscia”, numero unico a cura del Comitato viterbese Pro Regione Tuscia, pubblicato a Viterbo nel maggio del 1947, che rappresenta a pieno il paradosso dei confini politici regionali.

Nel giornale menzionato sorprende la visione storico-politica degli intellettuali e dei politici del Viterbese, vissuti a cavallo del primo cinquantennio del XX secolo, in particolare l’intervento del bagnorese germanista Bonaventura Tecchi (nato a Bagnoregio nel 1896 e morto a Roma il 1968), che con il suo contributo fotografa, in modo limpido, la realtà sociologica dell’area della Tuscia. Nell’articolo in prima pagina del citato giornale, titolato “Aspetti della nostra Regione”, fa una analisi delle similitudini e delle diversità culturali e sociali che sono presenti nell’area definita Tuscia, che va dalla zona dell’orvietano a quella civitavecchiese, passando per estremi lembi come quello aquesiano “… affacciato sui costoni e dirupi pietrosi in faccia a Radicofani, desolati e insieme gentili”. La sua analisi identificata i caratteri distintivi della Tuscia nel “non essere”: non essere né Toscana,Umbria, ma meno che mai Lazio come rileva Tecchi; infatti il nome Lazio appartenne solo ad una determinata regione ubicata dall’altra parte del Tevere, ad est, fu dimenticato dopo l’Impero, per riapparire in tempi relativamente recenti. Le popolazioni di questa area avevano pedissequamente calpestato le tracce di una storia comune, che però la costituenda Costituzione, non ne riconosceva una propria identità territoriale. Questo è il caso, ricordando Federico Chabod ed il suo “Storia dell’idea d’Europa”, dell’idea della Regione Tuscia, emersa prepotentemente proprio nella fase della Costituente.

Riporta ancora Tecchi nel suo articolo che i caratteri distintivi della “Regione Tuscia” si distinguono sia come clima morale, sia sotto l’aspetto morfologico del territorio; prosegue distinguendo il territorio della Tuscia dai circostanti, avendo esso goduto di un’autonomia amministrativa di circa otto secoli. Sempre nel suo contributo, un aspetto degno di attenzione è quello dove affronta il rapporto tra la grandezza di Roma che trionfò e sopraffece i territori di parte dell’Europa e dell’Africa e il fascino misterioso degli Etruschi. È proprio da questo connubio che, sostiene Tecchi, scaturisce l’indole del popolo della Tuscia, pervaso da misticismo e fede, che li accomuna maggiormente con le popolazioni di parte dell’Umbria e parte della Toscana, caratteri decisamente diversi dalla globalità degli abitanti della costituenda Regione Lazio. Tecchi raggiunge il massimo della lungimiranza politica quando auspica per la città di Roma uno speciale ordinamento amministrativo, infatti, quel territorio (la Tuscia) compreso fra il Mar Tirreno, il Tevere e la Toscana, nella storia della nostra penisola, ha formato sempre un organismo amministrativo a sé stante, con la sua capitale Viterbo, chiamato Etruria fino al VII secolo, Tuscia dall’VIII al 1870. Fu il Governo italiano che cancellò, non solo il nome, ma il passato di dieci secoli, creando una regione, il Lazio, che dal tempo di Enea aveva sempre designato un territorio che si estendeva sulla sinistra del Tevere a sud di Roma.

A tal proposito scrisse Bonaventura Tecchi “… gli abitanti di Acquapendente e Viterbo una mattina senza trasmigrare a sud del Tevere si trovarono nel Lazio”. Su questo filone critico alla scelta regionalista si inserisce anche una frase scherzosa ma significativa di un Principe della dinastia Caetani: “… Io non credo alla geografia…”, che viene accostata a una constatazione sull’ignoranza dei governanti del 1870, “… che alla mancanza della cultura geografica, aggiungono anche quella della cultura storica”. L’articolo di Tecchi prosegue e si conclude delineando i veri confini della Tuscia che vedono a nord il gruppo dell’Amiata, i Monti Sabatini a Sud, il Mare Tirreno ad Ovest (grossetano), il Fiume Tevere ad Est. I suoi tre centri principali sono Viterbo, Civitavecchia e Orvieto, costituenti dall’epoca carolingia all’unificazione dell’Italia, quindi per un millennio salvo trascurabili modificazioni, una circoscrizione a sé stante, la Tuscia. Al di là delle tesi campanilistiche, anche se valide del Tecchi, la regionalizzazione dell’Italia non ha rispettato, tutti, i principi che erano alla base della sua ideazione.

Viterbo espresse dal convegno del 4 dicembre 1946, al quale parteciparono molti sindaci della provincia, i rappresentanti provinciali, ed anche i sindaci di Civitavecchia e Orvieto, una deputazione, che per nome del proprio presidente, Felice Mignone, inoltrò all’Assemblea costituente una richiesta di ricostituzione dell’antica regione Tuscia, nata nel 768 (con la donazione di Sutri) e soppressa nel 1870, che avrebbe dovuto avere per proprio capoluogo Viterbo. La richiesta della ricostituzione della Regione Tuscia, oltre che essere stata fatta pervenire all’Assemblea costituente, fu anche appoggiata da tutte le organizzazioni partitiche della provincia, dalla Camera di Commercio industria e agricoltura di Viterbo e fu fatta pervenire anche all’onorevole Giulio Andreotti, che così rispondeva all’avvocato Carlo De Luca, presidente della Camera di Commercio Industria e Agricoltura  di Viterbo “… ho ricevuto la lettera del 25 febbraio scorso, e desidero assicurarLa che al momento opportuno non mancherò di tener presente il desiderio manifestato per la ricostituzione della regione Tuscia”.

Si evince dalla risposta dell’onorevole Andreotti, che l’Assemblea costituente difficilmente avrebbe potuto recepire la richiesta. Infatti, la stringatezza della lettera e la sfumatura diplomatica del periodo, fanno intuire poca convinzione nel portare avanti una così importante richiesta. Questa mia breve considerazione sulla identità territoriale è particolarmente stimolata dall’insana divisone politica di territori socio-economicamente omogenei, ma che a causa delle confuse politiche regionali ed estemporanee emergenze, dividono con ignara prepotenza l’indivisibile. Ritengo che se l’istanza prodotta tra il 1946-47 dal comitato Pro Regione Tuscia avesse avuto successo, anche le politiche economiche europee e magari nazionali, avrebbero favorito questa mancata Regione, che posta tra la provincia meridionale di Siena, l’est grossetano, Viterbo, Orvieto e Civitavecchia con le caratteristiche dell’Etruria meridionale, avrebbe accentrato le risorse sul suo peculiare territorio piuttosto che prendere le “briciole” di Roma e Firenze.

Inoltre potrei dire, con sarcasmo, che l’ormai nauseabondo e martellante terrorismo mediatico “pro Covid”, che martoria economie e divide società, avrebbe quantomeno dovuto fare i conti con i confini della mappa della Tuscia creata in rame da Petrus Kaerius, poi prodotta in stampa da Abrahamus Ortelius, conosciuta come “Nova et accurata Tusciae Antiquae Acutore Ab. Ortelio . . . 1696”; ma meglio ancora con la “ideale cartina della Tuscia” proposta dal “Comitato Pro Regione Tuscia” all’Assemblea costituente tramite Giulio Andreotti.