La Costituzione elaborata “a caldo”

Dai tempi dell’Università, grazie ad un eccellente professore di Storia del diritto, Carlo Ghisalberti discepolo di Francesco Calasso, considerai il valore della Costituzione italiana come un dogma, dato che durante una lezione pronunciò la frase “le migliori Costituzioni sono quelle elaborate a caldo” e la Costituzione italiana, senza dubbio, lo è. Ho condiviso tale convinzione anche in seguito quando scoprii che molti codici e altrettanti articoli facenti parte del “corredo giuridico” italiano, venivano adottati da altre nazioni, non ultime anche quelle del mondo arabo. Tra queste anche l’Iraq dell’ex presidente Saddam Hussein, che avendo superato nel proprio ordinamento la legge islamica, la sharia, aveva adottato alcuni articoli della Costituzione italiana e parte del Codice civile, tutt’oggi in vigore, per gestire una “politica” ed una società non delle più semplici.

Tuttavia, rendendomi conto che i periodi storici caratterizzano società diverse e che quindi un “prodotto giuridico” o altro, può essere recepito in modo diverso da una società in funzione del momento, oggi il dogma della quasi perfezione della nostra Costituzione, elaborata a caldo, si è sciolto all’ombra di un anno di ingarbugliati Dpcm e anche all’ombra di chi è delegato alla sua difesa. Così, come in un film drammatico, si scorge un sistema costituzionale quantomeno moribondo, che ha permesso che venisse data la fiducia ad un presidente del Consiglio non eletto, definito nel dibattito parlamentare come privo di qualsiasi dimensione valoriale e paragonato a Julius Henry Marx, meglio conosciuto come Groucho Marx, citando un suo aforisma che si accosta bene alla “scena del crimine”: “Questi sono i miei princìpi, e se non vi piacciono ne ho degli altri”. Ora, nella vaghezza e nell’indiscutibile disorientamento globale, con un atto amministrativo partorito dall’ennesimo comitato di esperti – alcuni visti i curricula pubblicati, magari un po’ infiocchettati – potremmo dire sedicenti, ha tenuto un popolo che dava per scontata una specie di libertà, fra gli arresti domiciliari e la semidetenzione, tradotto in colori, tra il rosso ed il giallo con sfumature arancioni. In totale dispregio del formale assetto dei poteri e consequenziale gerarchia delle fonti, che impone, ad esempio, per le pene la riserva di legge.

È stata strappata la Costituzione? Non mi voglio avventurare su una tale riflessione, però lo spettacolo del dibattito parlamentare ha evidenziato che tutti gli intervenuti hanno utilizzato il linguaggio sloganistico, in alcuni casi anche offensivo, ma nessuno è entrato nel merito delle questioni. Anzi, spesso si sono sentite argomentazioni lanciate alla rifusa con palesi errori concettuali, che disegnavano l’improvvisato oratore più affetto da una sindrome da incarico che da una lucidità necessaria al ruolo. Tuttavia, la centralità del Parlamento è venuta meno, quantomeno per l’utilizzo di un lessico più da slogan, inteso nel suo significato letterale ed etimologico “dare il grido di battaglia”. Invece dovrebbe essere il luogo dove si parla con cognizione di causa, dove ci si confronta e si tracciano le “strade dritte” per la Nazione. Ma venendo meno la centralità, stante la natura parlamentare del nostro sistema politico, ne conseguono, a cascata, le difficoltà funzionali.

Ma come si sa, bisogna stare in guardia dai facili riformatori, perché spesso, ma oggi quasi sempre, chi vuole riformare è colui che non conoscendo o non capendo un sistema aspira a riformarlo; oppure vi sono coloro che lo capiscono così bene che lo vogliono riformare a proprio vantaggio. Cito nuovamente il mio professore “le migliori costituzioni sono quelle scritte a caldo”, ma ricordo anche il filosofo John Rawls con la metafora del “Velo d’ignoranza”, ossia che le costituzioni migliori sono quelle dove gli attori non conoscono i futuri risultati, oppure come spiegato dal professore emerito Federico Sorrentino, “le Costituzioni sono scritte con il sangue”, ricordando la loro “culla” storica, spesso drammatica; poi, esistono anche nazioni che non hanno un unico documento costituzionale scritto, come nella tradizione inglese. La riflessione, dopo lo scempio disarmante ed umiliante del dibattito parlamentare, deve essere più profonda, riguardante l’epoca che stiamo vivendo, il nostro vivere collettivo, le nostre idealità, i nostri moventi psichici. Ossia tutte le componenti sociologiche, morali, filosofiche ed economiche.

Così mi imbarazza l’idea che si possa essere soggetti a sedicenti e prezzolati esperti che impediscono, anche agli abitanti di una cittadina, che per errore storico e geografico sta nel Lazio, come Acquapendente o Acqua indipendente come dice Enrico Brignano, di andare “oltre confine” a Radicofani o Bagno Vignoni o a Orvieto a circa venti minuti, con la motivazione della letalità della psico-pandemia. Però possono andare a Frosinone o Terracina poste agli antipodi sud della regione, a quasi trecento chilometri di distanza. Tale “ordine” suggella l’applicazione di una scompigliata covi-dittatura, in barba ad una Costituzione scritta “a caldo”.