Vaccinare la politica, tra opzione e realtà

Opzione e produzione. A quanto pare, si tratta dello stesso discrimine che separa il sogno dalla realtà. Ursula Von der Leyen e i nostri baldi governanti dell’affabulazione permanente dovrebbero tenere ben a mente questa sostanziale differenza, e dichiararla pubblicamente quando parlano di centinaia di milioni di dosi di vaccino opzionate. Perché è bene che il comune cittadino sappia di che cosa si sta parlando. Le opzioni, infatti, sono autentico carburante per l’anticipazione di immensi profitti a favore delle aziende produttrici dei vaccini selezionati. Per costoro, infatti, significa la costruzione ex novo di impianti di produzione e di stoccaggio in Europa e nel resto del mondo, con decine di migliaia di nuovi posti di lavoro pagati da fondi pubblici, a esclusivo beneficio di privati produttori e holding farmaceutiche. Per questi beneficiari significa, in sintesi, avere molto più potere e denaro, anche perché si possono condizionare addirittura le sorti di governi democratici se una fornitura ritardasse troppo, o se la logistica dei Paesi riceventi non fosse adeguata (come lo è un po’ dappertutto!) al flusso delle consegne da effettuare. In proposito sorge un dubbio del tutto legittimo. Ovvero: perché Bruxelles, una volta verificato che più farmaci vaccinali erano alla terza fase avanzata, non ha tempestivamente erogato miliardi a fondo perduto (in anticipo sul Recovery) da destinare pro quota ai Paesi membri in base alla popolazione residente, affinché varassero una campagna straordinaria di assunzioni temporanee (reclutando e formando in urgenza un numero congruo di studenti degli ultimi anni delle facoltà di medicina e di infermieristica), per costituire equipe di vaccinazione da strutturare e dislocare in modo strategico sull'intero territorio nazionale dei singoli Stati?

Sempre in questa logica, perché dovremmo fidarci a scatola chiusa sulle rassicurazioni delle gradi holding farmaceutiche a proposito del fatto che i loro vaccini totipotenti, come le cellule staminali, siano in grado di coprire con le loro difese immunitarie le varianti del Covid-19? Perché, sempre le nostre Autorità così poco autorevoli, non interpellano in merito Oms e comunità scientifica internazionale e indipendente per saperne di più in modo da attrezzare anche una risposta domestica adeguata, attivando le migliori menti e gli ingegni di cui in Italia disponiamo con una qualche abbondanza? Non si vorrebbe, in altri termini, che se il Covid, come tutte le pandemie della sua specie, rifluisse e scomparisse definitivamente (che so, da qui al 2024) si prendesse immeritatamente tutto il merito un apparato che fa enormi profitti approfittando dell’allarme pandemico planetario. Anche qui: non sarebbe male prevenire, come dire, eventuali…appropriazioni indebite! Altra questione primaria: perché otto mesi fa non si è attivato il Mes per finanziare adeguatamente i centri di ricerca avanzati (Istituto Spallanzani) nazionali per lo sviluppo di un vaccino italiano efficace? La crisi di Governo, eventualmente, e la sostituzione in corsa di Giuseppe Conte dovrebbe avvenire su basi ben più solide, come la profonda modifica del Titolo V e la riconduzione della spesa e della programmazione sanitaria in un unico polo di coordinamento e di pianificazione. Non c’è, infatti, peggiore disparità costituzionale nella condizione del cittadino di quella dei profondi differenziali di cura e trattamento che affliggono attualmente la folle gestione sanitaria a livello di Regione.

Sentiamo dire o ogni edizione di telegiornale e vediamo pubblicare su tutte le testate giornalistiche il mantra per cui non si può andare al voto anticipato, in questo momento in cui imperversa una pandemia per ora indomabile. Peccato che, ancora una volta, tutta l’affabulazione mediatica e social si dimentichi di citare il referendum costituzionale dell’autunno appena trascorso, abbinato a una importante tornata di elezioni amministrative che, comunque sia, hanno di fatto richiesto la mobilitazione di decine di milioni di elettori in tutto il territorio nazionale. Matteo Renzi non è una anomalia del sistema partitico ma costituisce, al contrario, una sua parte integrante e pregnante perché lui, come molti altri della politica politicante, viene dai vecchi orizzonti delle pastette tra Democrazia Cristiana, Partito Socialista Italiano e Partito Comunista Italiano, che con le loro manovrine complottanti facevano durare i governi dell'epoca appena per qualche stagione meterologica! Quindi, anche stavolta c’è da giurare che il “bene del Paese” sia l’ultimo degli obiettivi di questa politica corsara, che condiziona agli interessi prioritari di bottega la visione strategica di un progetto coerente di riforme istituzionali a costo zero, come pubblica amministrazione, giustizia e fiscalità.

Del resto, la ripartizione dei seggi nell’attuale Parlamento non corrisponde minimamente al Paese reale, per cui i perdenti governano oggi a spese dei vincenti di ieri e di domani. Insostenibile, da tutti i punti di vista, tanto più che le partite più importanti dei prossimi due anni (gestione dei fondi del Recovery ed elezione del nuovo presidente della Repubblica) saranno decisi e gestiti da un potere formale che è l’esatto opposto di quello sostanziale. Un modo di mettere al sicuro legittimità della rappresentanza (nessun Governo è mai stato illegittimo, ma moltissimi esecutivi sono stati partoriti dal Parlamento senza passare per un doveroso ritorno alle urne) e volontà popolare non concordante con quest’ultima, sarebbe sufficiente uno schema Napolitano. Ovvero, proroga temporanea del presidente, Sergio Mattarella fino alla scadenza naturale della legislatura, affinché sia poi il nuovo Parlamento a ranghi ridotti di un terzo, rispetto a quello attuale, ad eleggere il futuro inquilino del Quirinale. Per il momento, la strategia di Renzi è chiarissima: far salire un dimissionario Giuseppe Conte al Colle, per poi offrire a Mario Draghi l’incarico di gestire la ricostruzione post-Covid con le risorse del Recovery fund e, soprattutto, di creare un forte coordinamento centrale per la gestione dell’emergenza sanitaria. Di certo, un Governo Draghi avrà la fiducia di tutto in centrodestra, di Italia Viva e del Partito Democratico, relegando all’opposizione il M5S anti-Mes e, forse, Fratelli d’Italia.