Pirati e democrazia, l’impero del Re di denari

Il Lato oscuro della Democrazia. Ovvero: l’Impero del Re di denari. L’esatto contrario del Re nudo. Il primo, infatti, comanda il mondo intero senza avere un volto. Il secondo rappresenta la Volontà popolare spoglia e disarmata dinnanzi al suo acefalo tiranno. Prendiamo la vicenda folkloristica dell’assalto al Congresso americano dei beones (gente, cioè, più inciuccata che sobria, protagonista di un burlesque carnival popolare e cialtrone, con le corna di plastica di Walmart e qualche automatica vera nello zaino), che entrano nel sacro tempio della democrazia mondiale come una lama d’acciaio nella margarina. Chi è il loro. Puparo? Donald Trump o coloro, quelli del Deep State, che manovrano dietro le quinte e che nel 2016 avevano puntato tutte le loro carte su Hillary Clinton? Perché, poi, dal 6 gennaio (giorno della Befana) è proprio la figura di The Donald a uscirne completamente screditata e depotenziata. Quanti dei suoi elettori lo abbandoneranno definitivamente dopo questa sceneggiata pseudo insurrezionale? E non è la stessa manona del Deep State che ha impedito alla Guardia Nazionale di intervenire per sedare con tempestività e rigore i tumulti provocati dai (veri!) movimenti insurrezionalisti del Black Lives Matter? Ci si è chiesti come mai, oggi, il vero, debordante strapotere del politically correct (il genius maligno della lampada) risieda stabilmente, ormai, all’interno dell'Olimpo oligarchico delle major della Silicon Valley (collettivamente denominate “Gafa”, da Google, Amazon, Facebook, Apple) e di Wall Street, che ti dicono che cosa puoi dire, fare e pensare?

Nei social, se vai fuori dal coro, vieni sanzionato per “violazione delle regole della community” (sic!) e devi subire la chiusura temporanea o definitiva del tuo profilo social: per molti, troppi, una vera e propria dolorosa “eiezione” dalla giostra planetaria del divertimento e dell’affabulazione permanenti e deresponsabilizzanti. Stefano Feltri, nel suo intervento in prima pagina su Domani del 9 gennaio (“Dobbiamo temere più Facebook che Trump”), stigmatizza la censura verso un uomo politico pubblico da parte di un privato cittadino monopolista di Gafa, la cui droga mediatica è somministrata quotidianamente a miliardi di persone indementite da decine di ore al giorno di autoesaltazione. Un delirio di onnipotenza che le obbliga a essere sempre connesse virtualmente con chiunque e dovunque, per cui un’esistenza privata diviene un mero file all’interno dei Big-data di Gafa, consegnando così a oscure, gigantesche memorie remote del cloud tutte le informazioni, le immagini, i gusti, le passioni e le idee politiche che la riguardano, macinate e reimpastate a ciclo continuo da un possente genius algoritmico di cui, alla fine, nemmeno i suoi stessi ideatori hanno il pieno controllo! E tutti questi navigatori virtuali a tempo pieno accettano di pagare quegli illimitati giri di giostra trasformandosi in semplici profili, pigiati nel giacimento sterminato di potenziali, indistinti consumatori di tutto, fidelizzati alle proprie catene di schiavi dai feticci pubblicitari della macchina planetaria dei consumi che, come la Grande giostra di Gafa, è obbligata a girare sempre più veloce senza mai fermarsi.

Internauti a tempo pieno che non leggono mai un libro; privi di una vera capacità di analisi selettiva; annegati senza speranza in un mare magnum di informazione-spazzatura, molto spesso cattiva o del tutto inutile. Il Genius di Gafa non forma cittadini responsabili e pensanti: semmai opera per il suo esatto contrario. Agisce sia qui in Occidente, come nel lontano Oriente, dove un altro demone capital-comunista allunga le sue ombre inquietanti su di noi, come fece il Giappone ipernazionalista e suprematista degli anni Trenta del secolo scorso. È Gafa il più fedele servitore del Re di denari, mostro senza volto della finanza speculativa internazionale, che ha ucciso l’essenza stessa della Democrazia, annullando qualsiasi potere partecipativo dal basso che potesse solo minimamente compromettere il suo dominio incontrastato. Quando infine si discuterà dei mali profondi di una globalizzazione senz’anima, che distrugge centinaia di milioni di vite, per soddisfare i bisogni di una macchina planetaria dello sfruttamento a bassissimo costo della forza lavoro, lasciando interi continenti privi dei mezzi più elementari di sussistenza? Perché si provocano migrazioni epocali di masse sterminate di diseredati, destinate a minare l’identità delle Nazioni e a sopprimere, attraverso le guerre tra nuovi poveri, l’abitudine al pensiero critico e al rifiuto dell’omologazione? Come mai Gafa & company ci hanno lobotomizzati al punto da non sapere nemmeno più pensare con (la) forza a liberare il mondo dall’ingiustizia, abbandonando così interi continenti, come l’America Latina e l’Africa, alla mercé di leader e uomini forti di regimi dittatoriali tanto cari al Re di denari? Perché, di fronte a quei popoli in fuga dalla miseria più nera, dalla carestia e da violenze di ogni tipo, noi democratici non alziamo mai la voce per chiedere la restituzione dei denari derubati a miliardi di cittadini senza diritto di parola, e finiti nelle casseforti del genius finanziario assieme alle immense ricchezze naturali di quei continenti iper-sfruttati?

Non è Donald Trump il problema della morte della democrazia, ma bensì lo sono i pupari che finanziano con miliardi di dollari e di euro le campagne dei politici di tutto il mondo occidentale, senza che nella formazione delle decisioni politiche vi sia più vera partecipazione dal basso che promana dal suffragio universale. Chiunque vada al potere, in questa finzione democratica, danzerà sempre e comunque in base allo spartito scritto dal Re di denari. Il paradosso dei populisti anti-leadership è che, una volta al potere, si fanno essi stessi leadership, ricadendo così inesorabilmente nel dominio del genius finanziario e del culto del Dio denaro, che ogni cosa muove nel mondo.