Minuetto a tre: Europa, Cina e America

Ricordate il gioco dei quattro cantoni? E chi sta in mezzo tra Cina e Usa? Noi europei, ovviamente. Con qualche vantaggio, ultimamente, dato che Pechino ha voluto nei giorni scorsi chiudere, dopo sette anni di trattativa, un accordo bilaterale sugli investimenti che, secondo Bruxelles, dovrebbe contribuire a dare sollievo alle imprese europee che desiderano lavorare ed esportare i propri prodotti verso i mercati cinesi. La conclusione formale del nuovo trattato commerciale, denominato “Cai”, Comprehensive agreement on investments, avverrà tra non meno di un anno, dando così modo all’Amministrazione Usa di concordare con Bruxelles una strategia più efficace per riequilibrare l’intero interscambio Occidente-Cina. È molto probabile che Joe Biden voglia dare un ulteriore, discreto impulso alla strategia di decoupling tra le due economie transoceaniche, con la finalità di riportare in patria, ricorrendo a dazi e sanzioni, alcune produzioni strategiche delocalizzate nel Celeste Impero. Pertanto, Xi Jinping ha ragione a temere più di ogni altra cosa la creazione di un fronte occidentale compatto contro l’abuso di posizione dominante da parte di Pechino, conseguente a un inaccettabile, gigantesco dumping sia sulla forza lavoro, sia sui consistenti aiuti di stato concessi da decenni alle imprese cinesi che competono sui mercati internazionali, con particolare riferimento alle reti 5G in cui Huawei, il suo campione nazionale, gode di un sicuro vantaggio sul resto dei Paesi avanzati. Così, la Cina è più che mai decisa a disfarsi del vecchio multilateralismo globalizzante, per sostituirlo con un sistema di accordi bilaterali, sottoscritti in base ai suoi interessi geostrategici.

La via maestra, dunque, per evitare ulteriori rappresaglie da parte occidentale è di rientrare in tutto o in parte in un gioco commerciale più fair, e non troppo dissonante dalle regole vigenti del Wto (World trade organization), attivando, attraverso un trattato di libero scambio con Bruxelles, quei meccanismi di reciprocità e di apertura dei mercati interni ai quali il regime cinese si era finora opposto con la massima determinazione, con la scusante di essere un…Paese in via di sviluppo, oggi divenuta anacronistica essendo la Cina la seconda potenza industriale del mondo! Nell’accordo firmato da Ursula von der Leyen e Xi Jinping rimane fuori, come sempre, la questione dei diritti umani (vedi Hong Kong) e del lavoro coatto che coinvolge milioni di persone appartenenti a minoranze etnico-religiose, confinate all’interno dei così detti campi di rieducazione e di formazione (s’intende, del perfetto cittadino confuciano e comunista). La mossa, tuttavia, rischia di creare un serio attrito con il previsto riavvicinamento europeo verso l’America di Biden, che si è già chiaramente espresso a favore di una alleanza con l’Europa per esercitare pressioni su Pechino, affinché desista dalle sue pratiche commerciali aggressive” senza tener conto che la Cina è maestra nel violare accordi internazionali, come quello sottoscritto con l’Inghilterra su Hong Kong, o con l’Australia sul libero commercio, oggi violato con l’imposizione di barriere tariffarie sui prodotti agroalimentari australiani.

Il Cai prende in carico le innumerevoli contestazioni e controversie sollevate dalle compagnie occidentali nei confronti di Pechino, in merito ai seguenti aspetti: l’obbligo di condividere il proprio know-how tecnologico in cambio dell’accesso al mercato cinese; lo sbilanciamento a favore delle imprese controllate dallo Stato che penalizza la libera concorrenza; la mancanza di trasparenza del meccanismo di erogazione dei sussidi statali. Su questi temi ipersensibili, l’accordo spiana la strada agli investitori europei in quanto proibisce sia il trasferimento forzoso di tecnologia, sia il ricorso a pratiche distorsive dello stesso segno. Altre parti del testo riguardano i diritti di accesso settore per settore al mercato cinese, rimuovendo le barriere che facevano obbligo di costituire joint-venture con imprese locali, o limitavano gli investimenti stranieri. I comparti in cui le imprese europee si avvantaggeranno di un più ampio diritto di accesso includono l’automotive (tedesco-italiano, in prevalenza), gli apparati di telecomunicazioni, il cloud-computing (erogazione su richiesta, da un fornitore a un utente finale, dei servizi in rete), la sanità privata e i servizi di supporto al trasporto aereo. Inoltre, per quanto riguarda i servizi finanziari, l’Unione europea potrà operare sullo stesso piano degli Usa. Certamente, nota il Financial Times, il trattato Ue-Cina sugli investimenti, riferendosi specificamente a barriere non tariffarie, risulta ben più limitato rispetto ad analoghi accordi di libero scambio sottoscritti dall’Europa con Canada, Giappone e Inghilterra. Lo stesso Commissario Ue al commercio, Valdis Dombrovskis, ammette che restano fuori dal Cai materie importanti quali: la sovrapproduzione di acciaio; la discriminazione nell’accesso a contratti e appalti pubblici; il commercio di beni contraffatti. Per gli europei, un modo di venire a capo delle suddette controversie, con particolare riferimento ai sussidi statali cinesi all’industria nazionale, passa per una più puntuale e adeguata riforma del Wto e per strumenti multilaterali che prevedano (e siano in grado di applicare!) severe sanzioni nel caso di violazioni accertate.

Tra l’altro, una delle ragioni pratiche per cui Pechino ha deciso di stringere sull’accordo, prima del giuramento dell’Amministrazione Biden, è di mantenere le attuali condizioni di accesso al libero mercato europeo, prima che vengano adottati da Bruxelles i nuovi regolamenti per contrastare la concorrenza sleale dei Paesi extra Ue. Alla Cina verrà garantito l’accesso al settore delle energie rinnovabili per ogni singolo mercato interno degli Stati membri, ma limitatamente a una quota massima del 5 per cento, soggetta al rispetto delle condizioni di reciprocità. Sul piano dei principi, l’accordo prevede un impegno solenne della Cina (che certamente non verrà mantenuto!) a ratificare le due convenzioni internazionali per il contrasto del lavoro forzato e per la libertà sindacale. Dal punto di vista delle multinazionali europee, l’accordo bilancia quello sino-americano della “Fase-1” per l'accesso delle imprese americane ai mercati cinesi, anche se autorevoli fonti di Bruxelles fanno notare la assai scarsa incidenza del Cai sulle componenti strutturali dell’economia cinese, che continuerà a creare barriere informali agli investimenti stranieri. Qui lo squilibrio tra Pechino e Bruxelles grida, in effetti, vendetta: infatti, mentre un imprenditore cinese può rivolgersi a un tribunale europeo per contestare eventuali aiuti di Stato, non esiste analoga garanzia per i nostri investitori che operino in Cina. La strada per raggiungere la parità, come si vede, è ancora molto lunga e sarà dominata dalla legge della tripla “C”: cooperazione, competizione, confrontation tra Cina e Occidente. Intanto, l’Ue ha già detto chiaramente che intende chiamarsi fuori nella nuova, prevedibile, guerra fredda Cina-Usa. I soliti cuor di leone.