Individuo e popolo, autoritarismo e libertà

Chi siamo noi? Eterni figli alla ricerca del padre, stando a Ezio Mauro (“Trump e la realtà deformata”, La Repubblica, 16 novembre) e a Umberto Galimberti (“Noi spaesati tra lavoro a distanza e abitudini perse”, Corriere della Sera, 17 novembre), le cui tesi hanno il pregio di non privilegiare l’ovvio a favore di un’analisi introspettiva che spazia dall’individuo al popolo. Nel primo caso, che ricade nell’ambito del mainstream politically correct, Mauro paragona Donald Trump e le sue strategie a una “malattia” della democrazia occidentale che non sarà né breve, né facilmente curabile nell’immediato futuro. In questa cornice, The Donald si presenta come un vendicatore contro l’establishment identificato nel sistema, e contro le élites, moderni Dei dell’Olimpo, detentori del monopolio culturale, tecnologico e scientifico. Quindi, per detronizzarli ci vuole un Ercole che con la sua forza e il suo coraggio sollevi il mondo dalle attuali miserie, liberando dalle loro catene gli schiavi della globalizzazione. Per il trumpismo, la causa principale del disfacimento della nazione sta nelle regole del gioco (fintamente democratico) che le sono state imposte per favorire gli gnomi malefici del mercato, legando le mani ai popoli liberi con vincoli normativi interni e internazionali, il cui merito, c’è da contro-osservare (ndr), non ha mai fatto oggetto sistematico di una consultazione referendaria, vedi i Trattati europei. Del resto, la Brexit insegna: quando si dà ai cittadini la possibilità di esprimersi sulle grandi questioni, immancabilmente il responso si traduce in un rigetto di pancia delle decisioni che sono state loro imposte dalle élites auto-referenziali e globalizzate. Ed è così che un tycoon miliardario e l’elettore medio americano si riconoscono come “specie” in questa lotta comune contro il Male.

Quindi, per rimanere un outsider, Trump potenzia e accelera la sua carica anti-istituzionale amplificando il fattore amici-nemici, che azzera la dialettica e il monopolio di intermediazione delle élites, per creare quel cortocircuito emotivo per cui è il capo a rappresentare per intero la volontà del suo popolo che, come tale, non può mai perdere per definizione, in quanto il potere medesimo emana dal suo seno. Ne consegue l’inammissibilità della sconfitta elettorale del capo stesso e, quando questa accade, come alle presidenziali 2020, allora si postula il teorema del voto truffaldino, frutto della cospirazione elitaria dell’establishment e della finanza internazionale senza volto, che ne è l'ancella prediletta. Non sono Trump e il populismo a uscire idealmente sconfitti ma gli altri, i falsi vincitori, che hanno tramato per rubare la vittoria al leader maximo. Perché senza “quel” leader, che sfratta gli Dei pagani dal loro Olimpo in nome del Dio-massa, nessuna contropolitica populista sarebbe possibile. E i social networks esaltano la disintermediazione che, grazie alle decine di milioni di followers, privilegia il rapporto diretto con il commander-in-chief e dà spazio condiviso a qualsivoglia sub-cultura e contro-narrazione, perché queste ultime rappresentano puro nutrimento dell’istinto (come la xenofobia, l’elogio dell’ignoranza e il disprezzo per la cultura, il complottismo, il negazionismo, il politicamente scorretto), in dispregio al pensiero alto elitario dei pochi che comandano. Paradossalmente, se ne deduce che, attenendosi al pensiero dell’autore, settantuno milioni di voti (simili a quelli dei brexiters del 2016) sono stati espressi da coloro che credono agli elfi e non appartengano invece, come di fatto è, ai popoli che abitano le sponde opposte di una immensa frattura sociale che separa metropoli e campagna, slums e quartieri “ztl”, have e have-not.

Più interessante filosoficamente è, invece, il discorso che fa Galimberti, intervistato da Walter Veltroni, secondo cui siamo entrati con la prima ondata di Covid nello spazio inquieto e improduttivo dell’angoscia collettiva, alla quale si è sostituito lo spaesamento nella seconda. E quest’ultimo è un calderone di sentimenti ribollenti e contraddittori, che vanno dal ribellismo, alla rassegnazione e alla disperazione di chi, perdendo i redditi da lavoro autonomo, smarrisce i punti di riferimento del “paesaggio in cui abitare pacificamente la propria vita quotidiana”. E poiché lo spaesamento porta con sé una forte richiesta di decisionismo, ecco riapparire il solito spettro dell’Uomo forte, ovvero di una figura che rimuova con la sua autorevolezza quella sensazione sgradevole. Per di più, il distanziamento mette fuori gioco la società di relazione che, di questi tempi, diventa una...appendice dell’individuo, pensiero quest’ultimo tipico della cultura cristiana secondo cui l’anima la si può salvare solo a livello individuale. Da qui si diramano le radici profonde dell’antistatalismo viscerale, per cui lo Stato è il nemico e lo si combatte con l’evasione fiscale, la corruzione, il clientelismo più becero per la conquista di un posto di lavoro qualsiasi.

Non si è cittadini per merito ma per vincoli familistici. Così quando viene a mancare l’effetto trascinamento delle nostre abitudini quotidiane, messe in sospensione dal timore del contagio e dalla cessazione temporanea di attività lavorative ordinarie, ci si pone la domanda autentica di “chi siamo diventati?”. E ci ritroviamo a guardarci dentro come “funzionari di apparati” che perdono l’identità quando l’attività quotidiana si interrompe. Ovvero: “Conta più il ruolo che abbiamo rispetto a chi siamo?”. Occorre quindi, secondo Galimberti, chiederci se per caso questa non sia la vita che vorremmo, perché finora l’abbiamo delegata ad apparati che ci offrono, oltre allo stipendio, anche l’identità e tutto il resto. A causa del Cristianesimo, si è affermata la cultura dominante che considera un male il passato (peccato originale), redenzione il presente e salvezza il futuro. Per Galimberti, bisognerebbe abolire (come fece Pier Paolo Pasolini) la parola “speranza”, origine e causa di tutte le passività, del non fare e dell’attendismo. I giovani che non se vanno all’estero si anestetizzano con lo sballo in una società a-scientifica che non è più attrezzata per affrontare le difficoltà. Da qui nasce il seme del negazionismo rispetto alla pandemia e il relativo complottismo. Insomma, il popolo è sempre più bue, il lavoro è sempre più smart e fuori dalla relazione fisica interpersonale, e non si sa più come aggiungere vita alle ore.