Quando l’utopia è anche un errore

Qualche giorno fa Carlo Calenda, in un’intervista televisiva, ha definitivamente chiarito che il nome del suo partito, Azione, si ispira effettivamente, come appariva del resto intuibile, al vecchio e sepolto Partito d’Azione nel quale, ricorda Calenda, facevano parte anche alcuni uomini illustri. Naturalmente l’epoca storica è oggi del tutto diversa da quella che aveva caratterizzato il passaggio dalla dittatura alla democrazia negli anni Quaranta, ma, evidentemente, l’idea di un rinnovato tentativo di saldare gli ideali liberali e quelli socialisti rispunta regolarmente. Anche se, temo, con gli stessi probabili esiti. Una differenza, semmai, sta nel fatto che gli uomini illustri che facevano parte del Partito d’Azione non hanno, mi pare, alcuna analogia con quelli del partito attuale.

Restano quindi le idee, legate al connubio fra i due citati filoni di pensiero politico, che potrebbe teoricamente risultare attraente per un elettorato il quale, affidandosi ad un preteso e irriflesso buon senso, ritenendo superate le ideologie, concordi con il progetto definito liberal-socialista. Una sintesi che, a prima vista, può sembrare intellettualmente gradevole e saggia ma che, nei fatti, non rivela tanto i tratti dell’utopia quanto quelli dell’errore, logico e socio-politico. Una sintesi, insomma, destinata a manifestarsi inconcludente sul piano politico, come dimostrarono, nel caso storico, le infinite dispute e lacerazioni interne che convolsero uomini come Ferruccio Parri, Piero Calamandrei, Norberto Bobbio, Emilio Lussu e altri. E fallimentare su quello strettamente elettorale, non appena i suoi esponenti esprimano sinceramente le proprie valutazione e le proprie proposte, inevitabilmente classificabili come di destra o di sinistra.

Ed è proprio l’elenco dei partecipanti alle varie versioni del Partito d’Azione del tempo che fu, largamente rappresentativo del pensiero di sinistra, a testimoniare l’errore logico poiché la “fusione” fra due componenti ideologiche forti, come quella liberale e quella socialista, non può avvenire su un piano di parità ma conduce inevitabilmente alla supremazia di una componente sull’altra. L’esito non può che essere la disillusione, l’abbandono da parte di questo e di quello, la scissione e alla fine la scomparsa. Non a caso sia i liberali “genuini”, primo fra tutti Benedetto Croce, sia quelli socialisti non apprezzarono il tentativo degli anni Quaranta né apprezzano quello attuale. E non avevano torto allora così come non ne hanno oggi.

Le idee liberali e quelle socialiste, nell’ultimo secolo, hanno certamente vissuto un’evoluzione progressiva che ha reso le prime meno strenuamente legate ad un individualismo per così dire “assoluto” e le seconde meno propense a credere che lo Stato sia un miracoloso dispensatore di benessere e felicità. Sia le idee liberali sia quelle socialdemocratiche condividono da tempo i principi di fondo della libertà e della democrazia, che la nostra Costituzione fa proprie. Ma nelle due tradizioni di pensiero vi sono nuclei di motivazioni che si contrappongono e che svolgono un ruolo insostituibile nella determinazione dell’attività dei governi che, in alternanza, si succedono nelle democrazie occidentali. Il sodalizio fra loro c’è già quanto basta ed è formale e istituzionalizzato, appunto, nelle Carte fondamentali. Il resto è politica ordinaria nella quale è bene che i governi liberali privilegino l’innovazione e la creazione di ricchezza e quelli socialdemocratici si impegnino nella salvaguardia di forme accettabili di giustizia distributiva.

Una maggioranza di governo liberal-socialista, fra l’altro, finirebbe per generare un dilemma irrisolvibile: chi farebbe opposizione, visto che il potere sarebbe in mano ad un partito che pretenderebbe di sommare il meglio delle due filosofie le quali, nei parlamenti occidentali, sono in varie forme professate dal 90 per cento dei parlamentari? Dovremmo insomma attenderci che all’opposizione rimanessero solo gli estremisti, di destra e di sinistra, mettendo la maggioranza liberal-socialista in una situazione di insostituibilità perfetta? La proposta azionista, insomma, fa acqua da tutte le parti anche se, in fondo, non c’è da preoccuparsi troppo, perché la figura di Calenda non sembra affatto in grado di assegnare al nuovo partito un destino diverso da quello del primo. Il che non è certo un guaio.