Il processo a Salvini non si rivelerà un “regalo”

Alcuni ambigui commentatori stanno cercando di fare credere che le forze della maggioranza in Parlamento, autorizzando il processo a Matteo Salvini, gli abbiano fatto in realtà “un regalo” perché ora il leader della Lega e dell’opposizione – secondo loro – potrebbe aumentare i consensi vestendo i panni della “vittima” di una persecuzione politico-giudiziaria. Quei commentatori stanno cercando di nascondere così un fatto enorme: che la politica abbia ancora una volta delegato alla magistratura il potere, tutto politico e discrezionale, di sindacare, con discutibili criminalizzazioni, le scelte politiche di un ministro decidendo nel merito cosa rientri nell’interesse nazionale e cosa no. Con quella decisione, inoltre, la sinistra ha ancora una volta delegato alla magistratura il compito, anch’esso eminentemente politico, di battere e mettere fuori gioco il leader dell’opposizione, che essa non riesce a battere sul piano politico ed elettorale. E anche questo è un fatto enorme ed incontrovertibile.

Rispetto a questi fatti, è irrilevante che la decisione del Parlamento si riveli o meno un “regalo” fatto a Salvini, una tesi peraltro del tutto infondata che sembra finalizzata a nascondere quei fatti e ad “indorare la pillola”. Il precedente di Silvio Berlusconi mostra, infatti, che un leader politico, quand’anche sia ritenuto da molti vittima di una persecuzione giudiziaria e venga, senza ragione ed anzi evidentemente a torto, condannato, nel giro di qualche anno perde consensi e tramonta politicamente. Nessun “regalo” quindi è stato fatto a Salvini, ma si è trattato di un atto politico ostile mirante alla sua eliminazione politica attraverso una impropria chiamata in causa dalla magistratura nell’arena politica, anche con funzioni di “supplenza” o di stampella ortopedica.

Si tratta quindi di un’ulteriore manifestazione della ormai tradizionale “via giudiziaria” al potere della sinistra italiana, che ha avuto finora un patologico e perverso successo anche se dimostra lo scivolamento dell’Italia in una illiberale “democrazia giudiziaria”. La democrazia italiana si conferma così bloccata da un potere di interdizione di un blocco politico-mediatico-giudiziario che riesce a impedire una fisiologica e stabile alternanza di forze politiche diverse al governo dell’Italia.