Il raglio della politica

La Politica oggi? Ha le orecchie da asino. La parola d’ordine nella sua ridicola battaglia dei bottoni? “Sburocratizzazione”. Ovvero: come disintossicarsi dalla sbornia burocratica a causa della quale la Politica si è bevuta il cervello da mezzo secolo a questa parte. Il bello è che tutti nominano la bottiglia (la Pubblica amministrazione) opaca senza minimamente conoscerne il contenuto che li avvelena.

La Burocrazia è un soggetto patologico che presenta in pubblico uno smisurato ventre batraciano in cui si nasconde l’apparato riproduttivo che l’ha partorita, ovvero la iperproduzione normativa di Parlamenti e Governi bulimici e di una miriade di soggetti regolatori che hanno prodotto nel tempo centinaia di migliaia di norme secondarie e pararegolamentari, alle quali la P.A. e il cittadino debbono obbligatoriamente sottostare. Ma guai provare a mettere ordine collocando in smart-working milioni di burocrati. In primo luogo, perché quando quest’ultimo strumento funziona egregiamente succede che (vedi Milano!) intere cittadelle e fortezze burocratiche con i loro verticali e giganteschi dolmen di vetrocemento vengono svuotate dagli storici occupanti, provocando così un crollo dell’indotto commerciale che si nutre dei loro stipendi e della loro presenza quotidiana! Una società sana farebbe spallucce dato che, dal punto di vista sistemico, tra guadagni di produttività, risparmi energetici e riduzione drastica dello stress, del traffico e dell’inquinamento urbano la bilancia produttiva e il contribuente traggono immensi benefici dalla digitalizzazione integrale dei mestieri burocratici.

In secondo luogo, soprattutto dalle parti del Pubblico impiego, se molti trovano comodo e rilassante organizzarsi autonomamente il lavoro e la vita da casa, altrettanti travet semianalfabeti digitali non godono degli stessi vantaggi e benefici, anche perché, per ogni procedura e procedimento amministrativo, i computer hanno la pessima abitudine di conservare tutti i passaggi relativi, memorizzando le singole operazioni nelle loro banche-dati. Cosa che penalizza e sanziona a cielo aperto (a causa della trasparenza!) l’incompetenza e la pigrizia indomita dei burocrati. Ma se l’impiegato è un bersaglio fin troppo facile, il suo burattinaio politico non lo è altrettanto. Da un lato, infatti, la manna del pubblico impiego ha rappresentato (e continua a farlo) un immenso, inesauribile ammortizzatore sociale per assorbire disoccupazione intellettuale soprattutto meridionale, e a mantenere in vita con il denaro pubblico vasti feudi politici clientelari per l’indirizzamento del voto elettorale. Dall’altro, come in queste fasi successive al post-lockdown, la Burocrazia è il capro espiatorio di tutte le avversità e le cose che non funzionano in questo tragicomico Paese, accusata cioè di mettersi di traverso e di impedire qualsiasi moto di rinnovamento che ridia vigore al motore corroso e corrotto dell’economia italiana. Ma è davvero così? O vale sempre, dal 1948 a oggi, il patto scellerato tra Amministrazione e Governo per cui all’impiegato pubblico si dice: “Ti dò poco ma ti chiedo quasi nulla in cambio come risultato”?

Le colpe di aver occultato i termini veri del problema, però, risiedono tutti nel manico: intellettuali, esperti e politici declamanti stanno tutti allegramente assieme nel bastimento semi affondato dell’ignoranza collettiva. Tutti voglio rinnovare la macchina burocratica, ma nessuno sa veramente come funzioni e come si possa fare a costruirne una ex novo. In particolare, la digitalizzazione integrale della Pubblica amministrazione è una manna che, caduta a terra, si scioglie come neve al sole. Quando lancia i suoi ragli per la “Sburocratizzazione”, la Politica Asina non sa di che cosa stia parlando. Allora, forse, sarà meglio precisarlo, partendo dall’Estonia, il Paese più digitalizzato d’Europa (cfr. Alec Ross, nel suo: “Il nostro futuro”). Innanzitutto, quali sono i “Beni” amministrativi (una licenza, un’autorizzazione, un permesso, una certificazione…) per i quali il cittadino è disposto a pagare? E quanto deve costare ciascuno di questi Beni e in quali tempi medi standard deve essere prodotto? Quanti sono questi Beni effettivi e quante risorse, invece, vengono bruciate in pratiche di auto-amministrazione, quelle cioè che producono ingenti, veri danni “collaterali” per gli interessi del contribuente?

Secondo quesito: come si fa a lavorare in smart-working trattando pratiche d’interesse diretto del cittadino se agli italiani non viene assegnato dalla nascita un indirizzo unico (come il Codice fiscale) di Pec, per cui ogni mail e i suoi allegati hanno valore legale di raccomandata con ricevuta di ritorno? E come si fa a trattare in digitale le pratiche relative se per ciascun cittadino-utente non esiste un data-base nominativo e unico a livello nazionale, contenente tutti i suoi rapporti pregressi con la Pubblica amministrazione (corrispondenza, atti amministrativi, cartelle esattoriali e relative alla salute, possesso di status riconosciuti, situazione anagrafica aggiornata in tempo reale, etc., etc.)? Il fascicolo unico digitale lo si doveva iniziare a costruire già venti anni fa, almeno!

Ora, con i soldi per gli investimenti sul digitale che la Ue metterà a disposizione dell’Italia a partire dal 2021 si dovrebbe iniziare proprio dalla costruzione di questo immenso Big-data, mettendo a disposizione del cittadino algoritmi e software molto sofisticati che trasferiscano su supporti digitali incorruttibili tutto il materiale cartaceo che lo riguarda, partendo dalla copiatura dei carteggi privati con la Pubblica amministrazione che ciascuno di noi conserva da qualche parte negli armadi di casa. Poi, in un secondo momento della discussione mi riservo di specificare come si possa fare a costruire una vera e propria logica di mercato per la produzione di quei Beni amministrativi, in modo da far scomparire il Burosauro.