Da quanto si è capito, il Governo ha indetto gli “Stati generali” a Villa Pamphili perché non ha ancora un dettagliato progetto per il rilancio del paese e spera, in qualche modo, di “sfruttare” le idee dei diversi interlocutori istituzionali e sociali appositamente convocati, per tirar fuori dal cilindro qualcosa all’esito di questa inusuale e singolare “chiamata alle armi”, allestita per fornire alla patria un contributo di idee. Da notare che, quando è stata annunciata l’indizione degli Stati generali, proprio la mancanza, da parte del governo, di una preventiva proposta di rilancio da sottoporre agli interlocutori, ha suscitato perplessità anche in casa Pd, poiché l’alleato di governo giallorosso, attraverso il vice segretario Andrea Orlando, ne ha ampiamente rimarcato l’irritualità: “Bisogna definire prima la proposta di governo, no ad improvvisazioni”, aveva detto, il 6 giugno, il vice segretario del Pd, ma, come è noto, il premier è riuscito ad imporre la sua linea ed il Pd, alla fine, ha dato il via libera, anche perché il premier, il 12 giugno, ha rassicurato tutti con un davvero poco rassicurante “Ho un piano”, che somiglia di più ad una battuta cinematografica da “Spaghetti Western” che ad una presa di posizione in grado di fornire opportune garanzie per il futuro. Quindi, il governo non ha ancora presentato un piano dettagliato, neanche sotto le mentite spoglie del rapporto Colao ed ha indetto gli Stati Generali con la speranza di raccogliere dagli interlocutori un ventaglio di proposte per allestire il piano economico di rilancio.

È un po’ come farsi fare i compiti dal compagno secchione e le perplessità sorgono legittimamente se si considera che, anche un’altissima figura istituzionale, solitamente, ed opportunamente, poco loquace come il Presidente Sergio Mattarella, con tono mite, ma fermo, il 14 giugno, ha raccomandato al governo di passare dalle parole ai fatti, rimarcando che “Adesso servono atti concreti”. Sulla stessa lunghezza d’onda si pone il pensiero di un’autentica marea di personalità del mondo istituzionale, a partire dal leader del Pd, Nicola Zingaretti, che, l’8 giugno, ha avvisato il governo che “Adesso serve un salto di qualità”, mentre, il 3 giugno, il primo a distinguersi, in questo senso, era stato l’altro alleato di governo e leader di Italia Viva, Matteo Renzi, che aveva anche lui chiesto al governo di passare dalle parole ai fatti. L’8 giugno, lo stesso discorso era stato fatto anche dal Presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, secondo cui: “Serve un governo diverso, manca una visione a lungo termine e c’è il rischio che si perdano fino ad un milione di posti di lavoro”. Sempre l’8 giugno, gli ha fatto quasi da eco il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che ha invitato, anche lui, il governo a battere un colpo, sollecitando, altresì: “Un’imponente riduzione del carico fiscale”. Il 16 giugno è toccato al Presidente della Confcommercio, Carlo Sangalli, ammonire il governo perché, secondo lui, “È in arrivo una tempesta perfetta, 270mila aziende rischiano di scomparire”. Non è superfluo aggiungere che il passaggio dalle parole ai fatti è la preoccupazione di tutte le forze politiche di opposizione, che, ormai da settimane, stanno chiedendo al governo un cambio di passo ed in questo senso si sono espressi tutti gli attuali leader del centro destra, da Giorgia Meloni a Matteo Salvini, incluso, ovviamente, Silvio Berlusconi. Quindi, si profila una situazione singolare e, cioè, che il governo stia mettendo tutti d’accordo sul fatto che, almeno fino a questo momento, non sia intervenuto in modo efficace per fronteggiare l’emergenza economica ed è curioso constatarne la “trasversalità”, perché il parere dell’opposizione di centro destra coincide con quello delle principali forze di governo di centrosinistra. Questa voce “bipartisan” è stata autorevolmente affrancata dalle parole di Sergio Mattarella, il cui ruolo di garanzia gli impone di intervenire il meno possibile, ma l’”esternazione” è ampiamente giustificata dall’eccezionalità del momento. Inoltre, come detto, analogo invito al governo proviene anche dal Governatore della Banca d’Italia, altra autorevolissima figura istituzionale, il cui parere coincide con quello del Presidente di Confindustria, di Confcommercio e di molte altre parti sociali.

Quindi, il governo sta riuscendo in un’autentica impresa e, cioè, quella di mettere tutti d’accordo sul fatto che non ha adottato provvedimenti adeguati per affrontare l’emergenza economica in cui il paese è sprofondato sia a causa del covid-19, ma anche a causa dell’interminabile lockdown durato quasi tre mesi e che sta costando al sistema un prezzo elevato. Questo perché l’economia italiana si basa essenzialmente sulla piccola e media impresa che, per sopravvivere, ha bisogno di costanti afflussi di cassa che non possono essere interrotti troppo a lungo e, proprio in ragione della peculiarità del sistema, qualche esperto ha pronosticato che, tra i paesi della zona euro, il prezzo più salato toccherà all’Italia in termini di Pil annuale negativo. L’unico leader di un partito di maggioranza che non ha invitato il governo a passare dalle parole ai fatti è, casualmente, Vito Crimi, il capo politico “provvisorio” del Movimento 5 Stelle, a giudizio del quale, evidentemente, le cose possono andare avanti con le attuali tempistiche. Beato lui. Tuttavia, numerose figure istituzionali dotate di maggiore carisma dell’ex assistente giudiziario in servizio alla Corte d’Appello di Brescia, Vito Crimi, hanno lanciato autentiche grida di disperazione e va ribadito che il coro è unanime e taglia trasversalmente il paese, per cui bisogna intervenire subito per evitare che il quadro peggiori, anche perché l’allarme proviene da più parti, anche contrapposte, e, quindi, non c’è il rischio che qualcuno stia strumentalizzando la situazione. 

Giuseppe Conte, da un lato, ostenta sicurezza, ma, dall’altro, appare sempre più confuso. Da signore qual è, si è scusato per gli oggettivi ritardi del suo governo, continua a ripetere che molto è stato fatto e che i ritardi dipendono anche dalla burocrazia che ha fortemente rallentato l’azione di governo, dimenticando, però, che, al vertice della burocrazia, c’è la pubblica amministrazione, cioè, il governo. Un po’ di indecisione emerge anche perché, qualche mese fa, Conte aveva manifestato l’intenzione di restare a lungo in politica, mentre, lo scorso 14 giugno, a Stati Generali già in corso, si è lasciato sfuggire che tornerebbe volentieri a fare l’avvocato. Ma, al di là di questo marginale aspetto, lo stato confusionale è confermato dal fatto che, il 17 giugno, il quotidiano Il Sole 24 Ore ha anticipato che il piano per la ripresa economica, cioè, il cosiddetto Recovery Fund, con cui verranno finanziate misure per specifici investimenti, non sarà pronto prima di settembre e verrà sostenuto unicamente da fondi europei. Quindi, a fronte di autorevoli, plurime e pressanti prese di posizione istituzionali che hanno sollecitato un intervento immediato, il governo pensa di passare all’azione solo a settembre e, a questo punto, non vorremmo essere nei suoi panni perché dovrà spiegarlo, in modo convincente, a tutti coloro che, a partire dal Presidente della Repubblica, hanno chiesto di passare subito all’azione per evitare la bancarotta. Infatti, c’è il rischio che il paese, a settembre, possa non riaprire i battenti e sembra che lo abbiano capito in molti, ma non proprio tutti. Già in fase di emergenza sanitaria il governo non è stato efficace perché si è mosso tardi ed ha decretato il lockdown totale solo il 22 marzo senza chiudere prima la “Wuhan italiana”, cioè, la Val Seriana, il 26 febbraio, nonostante i numeri fossero, da subito, ampiamente leggibili e su questa presunta omissione in atti d’ufficio sta indagando la Procura di Bergamo.

Superata l’emergenza sanitaria, le cose adesso sembrano andare addirittura peggio, almeno in questa fase. Ma una delle poche carte da giocare per Giuseppe Conte è il suo rapporto con Paolo Gentiloni che è diventato Commissario europeo anche grazie a lui e che gli sta facendo adesso da sponda a Bruxelles, anche perché si aspetta, a sua volta, che il governo italiano si attenga alle ferree indicazioni che giungono proprio da Bruxelles su come verranno utilizzati i fondi europei. Sul punto, il premier si è detto certo che, già a settembre, arriveranno i fondi promessi dalla Commissione, tuttavia, si tratta di risorse limitate che non è certo quando arriveranno, quale sarà l’importo, ne’ quanto ci costeranno, visto che gli Stati membri stanno ancora litigando su questo punto, come confermato dall’esito solo interlocutorio del Consiglio europeo del 19 giugno, aggiornato a metà luglio proprio perché non c’è accordo. Inoltre, proprio fondi europei c’è un problema interno al Movimento 5 Stelle che potrebbe addirittura non dare il via libera in parlamento, considerata la notoria avversione al fondo “salva stati” da parte di qualcuno di loro. A conferma, non è casuale che, all’improvviso, sia ricomparso Alessandro Di Battista per contestare a Giuseppe Conte la legittimazione a fare da guida al M5s, perché è un segnale di ulteriore spaccatura  tra l’ala “governativa” e l’ala contraria al Mes e che contesta a Conte anche eccessiva vicinanza al Pd. Anche se i numeri in Senato non sono del tutto rassicuranti, tuttavia, il rischio di una crisi di governo appare remoto perché, difficilmente, il M5s decreterà la propria definitiva autodistruzione togliendo la fiducia all’attuale governo, tuttavia, una caduta del governo con le attuali regole sul doppio mandato previste dalla piattaforma Rousseau, spianerebbe la strada a Di Battista perché quasi tutta la classe dirigente del M5s, in blocco, non sarebbe più candidabile.

Mentre sembra tramontata del tutto l’auspicata ipotesi di un esecutivo di unità nazionale, adottato con successo da Israele, cioè, lo stato che si è distinto meglio al mondo per come ha gestito l’emergenza Covid-19. Inoltre, poiché ha dato dimostrazione di essere uno specialista nel ribaltare, a suo vantaggio, anche le situazioni apparentemente più sfavorevoli, l’attuale spaccatura del M5s potrebbe consentire a Conte di togliersi definitivamente di torno la parte del M5s a lui ostile, diventandone il capo politico, con la benedizione del vecchio Beppe Grillo che è dalla sua parte, mentre Davide Casaleggio sembra essere schierato dalla parte opposta. Comunque, aver etichettato il “Porta Idee” come “Stati Generali” potrebbe anche non essere di buon auspicio, perché, come sappiamo, gli Stati Generali furono indetti, per l’ultima volta, il 5 maggio 1789 da Luigi XVI e si risolsero in un autentico fallimento perché, sebbene il volenteroso Re di Francia cercasse di placare le crescenti proteste del Terzo Stato che chiedeva importanti riforme tra cui il fondamentale riconoscimento del voto per “testa” e non per “ordine” e nonostante il Re ed il Ministro delle Finanze Jacques Necker avessero già concesso il “raddoppio” ai rappresentanti del Terzo proprio in vista degli Stati Generali, tuttavia, la spuntarono la Nobiltà ed il Clero ed il Terzo Stato non ottenne le auspicate riforme e, da quel momento, il malcontento popolare dilagò in tutta la Francia. Infatti, i passaggi storici che seguirono al fallimento degli Stati Generali furono, subito dopo, la Presa della Bastiglia il 14 luglio 1789 e, medio tempore, l’instaurazione del Regime del Terrore...