Ritratto di Oscar Luigi Scalfaro

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Oscar Luigi Scalfaro (Novara il 9 settembre 1918 – Roma, 29 gennaio 2012), laureatosi in Giurisprudenza nel 1941 alla Cattolica, andò alle armi da Sottotenente, prima di intraprendere la carriera in Magistratura (1942-1946). Crollato il fascismo fieramente avversato, perseguì con egual vigore il comunismo; ma nel corso della sua lunga carriera parlamentare, ebbe modo di ripensare l’originaria e motivata intransigenza verso le forze di ispirazione marxista, nel momento stesso in cui ne avvertì l’evoluzione verso il sistema democratico. Eletto all’Assemblea costituente e poi alla Camera, ricoprì numerosi incarichi di Governo, sino ad essere nominato presidente della Camera e dopo un sol mese, capo dello Stato il 25 maggio 1992.

Uno stile non gridato, sobrio ed eloquente anche attraverso studiati silenzi, era quello del nuovo capo dello Stato, dal portamento naturalmente aristocratico ed elegante, che nella forma e nella sostanza appariva orientato a riposizionare l’immagine presidenziale in una dimensione di sacrale terzietà. Malgrado gli iniziali intendimenti, dovette interpretare il suo ruolo in modo tutt’altro che asettico-notarile, e quindi facendo sentire il suo peso nella formazione dei sei Governi che si avvicendarono nel corso del suo mandato, con la conseguenza che, in un sistema partitico che sembrava irreversibilmente orientato al bipolarismo, gli venne imputato di essere venuto meno a quella funzione arbitrale che – senza dubbio – nel precedente contesto proporzionalistico, avrebbe avuto modo di esplicarsi in maniera meno problematica.

Nel discorso di insediamento, sottolineò che sarebbe stato il supremo moderatore al di sopra delle parti, consapevole dei grandi problemi che incombevano: “la riforma istituzionale, la riforma elettorale, le questioni inerenti al grave disavanzo del bilancio dello Stato, la criminalità aggressiva e sanguinaria, il traffico di droghe e di armi, la delicata questione morale”. Lo Stato, per risanare il bilancio, doveva saper dire dei “no” motivati e giusti, distribuendo sacrifici e rinunzie in modo da incidere sui più abbienti e limitare al minimo l’aggravio sulle fasce più deboli. Per la lotta al crimine, era necessaria una sempre più intensa sinergia tra il ministero dell’Interno e la Magistratura, nonché la collaborazione internazionale.

La Magistratura portava il peso di responsabilità gravissime “con coraggio, con professionalità, con efficacia, con sacrificio”; ma sotto la toga non dovevano nascondersi faziosità o interessi di parte, che contrastavano con la dignità della funzione e con l’imparzialità che era “il midollo del render giustizia”. Per chi ambiva a responsabilità pubbliche, non bastava avere la fedina penale pulita, ma occorreva la pubblica stima, la trasparenza, l’essere sempre in grado di rendere conto delle proprie azioni. Lo Stato doveva essere servito con fedeltà assoluta e non per interessi di parte; pertanto anche con questa consapevolezza il presidente rivolse al Parlamento il “rispettoso, ma fermo invito”, a procedere alla nomina di una Commissione bicamerale per la revisione della Costituzione. Innanzi al fenomeno della concentrazione dei giornali nelle mani di pochi gruppi di potere, disse che al fine di salvaguardare la libertà di stampa era essenziale garantire “il massimo pluralismo dell’informazione”.

Il 25 novembre1992 il capo dello Stato concesse la sua prima intervista – agli universitari di Padova – censurando il sistema del cosiddetto “voto di scambio”, moralmente e politicamente esecrando; ma deprecò anche l’atteggiamento di sterile protesta di coloro che, per conseguente disgusto, optavano per un abbandono dell’interesse verso la cosa pubblica, chiudendosi nella fatalistica ed irreale attesa che il mondo si “migliorasse da solo”. Un sottile filo rosso collega tutti o quasi i discorsi presidenziali: la salvaguardia dei principi contenuti nella prima parte della Costituzione, la fiducia nella tenuta delle Istituzioni colpite da Tangentopoli, l’impegno in favore dell’Europa, ma – soprattutto – la sollecitudine per i giovani e per l’occupazione, cogliendo nel lavoro il carattere fondante della dignità dello Stato stesso, ancor più fragile nel Mezzogiorno.

Il Parlamento doveva portare avanti i compiti più urgenti e primari onde era stato eletto, senza che i partiti ne invadessero le sfere di competenza, né fossero inquinati da lottizzazioni, prevaricazioni o contribuzioni illecite; ma dovevano rinnovarsi in un’ottica di trasparenza, essendo inconcepibile farne a meno, poiché costituivano le fondamenta della democrazia medesima. Il 1993 fu segnato da eventi drammatici come gli arresti a tappeto per numerosi politici, di primo piano e non, per reati sul finanziamento illecito dei partiti, dei quali il capo dello Stato si rifiutò di firmare depenalizzazione. Una speciale attenzione aveva rivolto al mondo giovanile già a metà dell’anno che stava per concludersi: il 24 giugno1993 inaugurando la prima Conferenza internazionale sulla Droga, aveva colto l’occasione per valorizzare il ruolo del volontariato nel recupero dei tossicodipendenti.

Nel messaggio di fine anno del 1994, tenne ad esaltare il ruolo delle donne, sia di quelle impegnate nel mondo professionale, sia di quelle che “consumavano l’esistenza nella quotidiana e insostituibile presenza familiare”: era il sobrio elogio delle casalinghe, per la prima volta considerate in un messaggio di fine anno presidenziale. Il 1995 si aprì con un governo “tecnico”, per favorire l’unico sbocco parlamentare che – ad avviso di Scalfaro – appariva possibile, dopo aver chiesto l’indicazione di un nominativo al presidente del Consiglio uscente. Coerentemente ai suoi costanti richiami alla cultura del dialogo, il capo dello Stato fu ben lieto di presenziare il 21 giugno 1995 all’inaugurazione della Moschea di Roma, auspicando al contempo che negli Stati islamici fosse specularmente concessa la costruzione di chiese per le locali minoranze cristiane.

Altro tema affrontato nell’ultima parte dell’anno, fu quello del rapporto tra il problema del lavoro e quello del risanamento dei conti pubblici, al cui riguardo avvertì che nel momento in cui si rendeva indispensabile affrontare dei sacrifici seri per far quadrare i conti, bisognava pure aver ben presente che “un bilancio dello Stato, tecnicamente perfetto, ma pagato dalla mortificazione della Persona, non è neppure ipotizzabile da una democrazia degna di questo nome”. Gli eventi più eclatanti del 1996, a livello interno, furono le condanne penali contro Bettino Craxi, il varo il 4 maggio del cosiddetto “Parlamento del Nord” a Mantova, le successive manifestazioni per l’indipendenza dell’immaginifica Padania, la nascita di un Governo a guida Romano Prodi in seguito alla vittoria elettorale del centrosinistra, la prosecuzione dell’inchiesta Mani pulite con altri arresti di spicco, la presidenza della Comunità europea nel semestre spettante all’Italia e, sul finire dell’anno, il rientro della lira nello Sme dopo 4 anni.

Il 2 giugno, 50° anniversario della Repubblica italiana, il presidente fece un discorso in Parlamento, ricordando il clima ideale della libertà riconquistata, la risurrezione della Patria; mentre al presente l’Italia aveva ancora dei gravi problemi insoluti, che nel loro insieme avevano “duramente ferito la coscienza democratica del popolo, allontanandolo dalle Istituzioni”. Tra questi gravissimo era quello della disoccupazione giovanile, cui era correlato l’incubo della criminalità organizzata che poteva “fare proseliti tra giovani disperati”. Quanto alla piaga della mafia, affermò che lo Stato doveva essere forte nella coesione ed implacabile nel contrastarla “La Costituzione – disse – deve essere applicata in ogni angolo della Patria. Non ci può essere una spanna di terra dove lo Stato non comandi”.

Altro tema “caldo” era quello della giustizia, nel cui ambito criticò l’eccesso del ricorso alla carcerazione preventiva, strumento di pressione sull’indagato, abusato da qualche magistrato “un po’ rozzo” come vero e proprio mezzo di tortura: “il tintinnare le manette in faccia ad uno che viene interrogato da qualche collaboratore – disse con felicissima espressione onomatopeica – questo è un sistema abietto, perché è di offesa. Anche l’imputato di imputazioni peggiori ha diritto al rispetto”. Nell’ultimo messaggio del mandato, il capo dello Stato fece un consuntivo della strada percorsa nel frattempo dall’Italia, che era aumentata di statura politica ed aveva conseguito un più forte peso nell’ambito dell’Europa: “La cultura – affermò – è il passaggio più importante nel rapporto fra i popoli, in questa politica estera dove noi rimaniamo fedeli alle alleanze”, le quali dovevano porsi su un piano di pari dignità.

Lasciato il Quirinale, dopo un periodo di operosa tranquillità nella nuova veste di senatore a vita, decise di tornare a far sentire la sua voce nella difesa ad oltranza della massima Carta. Il 29 gennaio 2012, esalò l’ultimo respiro uno degli ultimi padri della Costituzione, così intensamente amata da tenerne un esemplare sul comodino accanto alla Bibbia ed al Santo Rosario: nell’accostamento dei due libri, la sintesi di una vita intera. Il 12 settembre 2018, il presidente Mattarella intervenendo alla cerimonia per il 100° anniversario della nascita del presidente Scalfaro, ne ricordò lo straordinario equilibrio a fronte della crisi in atto, vuoi per la disaffezione generale verso il sistema dei partiti, vuoi per la sfavorevole congiuntura economica, riuscendo egli “a condurre il Paese verso una fase politica nuova, che modificò profondamente la geografia del Parlamento, salvaguardando al contempo la tenuta delle istituzioni e il quadro democratico complessivo”. Già prima della sua inaspettata nomina al Quirinale, Scalfaro aveva denunciato, con grande lucidità la crisi morale del sistema politico ed aveva espresso, con largo anticipo, allarmi per evitarne il collasso.

Una volta salito al Colle, si era battuto per un ritorno alla Costituzione ed al suo spirito fondante, per recuperare efficacia e credibilità all’azione della politica, per salvare le istituzioni repubblicane e l’equilibrio dei poteri disegnati nella Carta. “La sua forte carica etica – osservò Sergio Mattarella – legata al senso della sacralità dell’esistenza umana, non postulava mai prevaricazione, esclusione pregiudiziale o pretese di superiorità”. Contro un’angusta visione “ragionieristica” ed “egoistica”, Scalfaro aveva auspicato un’Unione europea nella quale doveva prevalere “un’anima politica”, l’unica che avrebbe potuto assicurarle il destino di pace e di solidarietà avviato dai Padri fondatori.