Covid e responsabilità politico-mediatiche

Fin dall’inizio di questa triste storia i media hanno insistentemente ripetuto il fatto che la “Lombardia” fosse la regione più infetta da Coronavirus del Paese: e si tratta di un dato reale perché, effettivamente, la Lombardia è la regione fino a questo momento più colpita, sia per numero di contagi che per numero di morti, purtroppo. Tuttavia, se si esamina con attenzione il dato della “Lombardia” quale area di contagio, balza immediatamente agli occhi il dato, altrettanto reale, che il contagio non fosse “uniforme” in tutta la regione. Ma era chiaro, fin dalle prime battute, che il tasso di crescita fosse sensibilmente diverso a seconda della dislocazione territoriale delle diverse province lombarde interessate dal contagio. Quindi, già pochissimi giorni dopo la chiusura dei primi due focolai, quello di Codogno in Lombardia e quello di Vo’ in Veneto, avvenuta il 21 febbraio, è emerso in termini chiari che la zona più interessata dall’estensione numerica, rispetto ad altre aree interne alla Lombardia, fosse proprio la provincia di Bergamo. In particolare, il comune di Alzano Lombardo ed il confinante comune di Nembro, il cui inserimento nella cosiddetta “zona rossa”, proprio per evitare la diffusione del contagio, era stato espressamente richiesto da una delle massime autorità in materia schierate in prima linea, il professor Massimo Galli, primario dell’ospedale Sacco di Milano.

Infatti, l’esame dei primi dati numerici forniti quotidianamente alla stampa dall’assessore Giulio Gallera, ha fatto subito comprendere con chiarezza che il versante nord occidentale della Lombardia e, in particolare, le province di Como, Varese, Sondrio, Monza, ivi compresa la città di Milano, stesse subendo un’ondata di contagio inizialmente contenuta, perché pari a poche decine di casi per ogni singola provincia. Numeri, questi, tutto sommato accettabili e forse addirittura incoraggianti per gestire la fase di contenimento in quelle aree. Ma questi numeri non erano assolutamente in linea con quelli che provenivano dalla provincia di Bergamo, già in partenza molto più alti e rapidamente giunti a diverse centinaia di casi. Da lì, in breve tempo, i contagi si sono estesi alla geograficamente molto vicina provincia di Cremona, i cui numeri si sono rapidamente uniformati a quelli di Bergamo, arrivando a sforare il tetto di oltre mille casi in pochi giorni, e ciò è avvenuto per indubbie ragioni di contiguità spaziale ma anche per ragioni di “passaggio” e di stretta interazione economia e sociale tra le aree in questione. Quindi, mentre alcune province vedevano una crescita numerica “gestibile” rispetto all’area di Bergamo e provincia, la stragrande maggioranza di tutti i contagi in Lombardia erano facilmente individuabili nella direttrice tra Bergamo e Cremona e, quindi, uno sforzo di lettura numerica “preventivo” con una blindatura completa delle aree interessate, sollecitato, in questo senso, anche dal professor Galli, avrebbe forse potuto impedire che il contagio si estendesse, coinvolgendo anche la vicina Brescia e, a sua volta, Verona, che, come sappiamo, è geograficamente molto vicina a Brescia.

Con il senno di poi è facile parlare ma i numeri sono logica per definizione e vanno sempre saputi leggere, soprattutto da chi lo deve fare nell’interesse dei cittadini. Ma di fronte a questo quadro allarmante dell’esponenziale aumento di contagi in provincia di Bergamo, il governo locale Lombardo, dopo una fase di leggera indecisione iniziale, già il 3 marzo 2020, ha, comunque, rilevato la situazione di estrema gravità ed ha ufficialmente proposto a Giuseppe Conte l’immediata chiusura delle aree del Bergamasco che avevano un numero di contagi assolutamente sproporzionata rispetto al resto della Regione Lombardia: questo dato doveva far riflettere perché non rispondente alla media regionale. Tuttavia, il governo centrale ha preferito non prendere alcun provvedimento, ignorando, in quel momento, i numeri dell’area in rapida crescita ed ha lasciato passare del tempo prezioso, giungendo, in ritardo di una settimana, ad un provvedimento di chiusura non più dell’area infetta di Bergamo, mai dichiarata “zona rossa”, bensì alla chiusura della intera Lombardia (esattamente il 9 marzo), facendo anche precedere la chiusura della Regione da una imbarazzante fuga di notizie che ha gettato il Paese nel caos; dal momento che molte persone, residenti in Lombardia, ma, evidentemente, di origini meridionali, hanno fatto precipitosamente ritorno alle regioni di loro provenienza, suscitando, in questo modo, anche l’ira di qualche governatore del sud Italia.

Quest’ultimo ha pensato bene di scagliarsi contro di loro, equiparandoli a delinquenti, sebbene si trattasse, per lo più, di persone che avevano la “colpa” di aver sentito solo il bisogno di tornare dalle proprie famiglie in un momento così difficile. Nessuna presa di posizione, però, si registra da parte di questi coraggiosi governatori contro gli autori di questa imbarazzante fuga di notizie. Quindi, la gestione dell’emergenza all’interno della provincia di Bergamo è stata quantomeno approssimativa visto che il 26 febbraio i casi erano solo 20, ma il giorno dopo erano già saliti a 72, a 120 due giorni dopo, per poi giungere a oltre 200 nello spazio di tre giorni e così via. Questi numeri andavano letti correttamente poiché attestavano in modo inequivocabile una crescita assolutamente spropositata rispetto alla media regionale, anche perché erano concentrati in un’area ben precisa che andava sigillata tempestivamente già ai primi di marzo. Il risultato è che, al 21 marzo, il numero di contagi nella provincia di Como è pari a 450, a Varese 360, a Sondrio è ancora 170, mentre, come ben sappiamo, a Bergamo la situazione è fuori controllo con 5.900 casi, 2.800 a Cremona e 5.100 a Brescia e speriamo che Milano non sia la prossima.

Si è provato a chiudere la stalla soltanto quando i buoi erano già scappati. A conferma di ciò, le nuove misure datate 22 marzo sono state adottate dal governo solo previa unanime richiesta da parte della Regione Lombardia, da parte dei sindaci dei comuni travolti dal contagio e da parte dei sindacati. Infine, quando viene fornito al mondo intero il numero dei deceduti italiani, o anche solo del Nord Italia ovvero dell’intera Lombardia, per evitare confusione e panico, bisogna ricordare che il prezzo più salato in termini di decessi lo sta pagando, fino a questo momento, un’area molto ben definita di questo Paese e non l’Italia tutta, quindi, è evidente che il dato nazionale è fortemente condizionato dal dato locale. E, se poi il dato “locale” incide sul totale nazionale con oltre la metà dei deceduti. Giocoforza sui decessi potrebbe avere “localmente” inciso anche un concomitante insieme di agenti patogeni ulteriori, evidentemente maggiormente presenti in quell’area geografica rispetto ad altre zone d’Italia, quali le condizioni climatiche, la presenza di polveri sottili, la corretta funzionalità degli impianti di areazione nei nosocomi con maggior numero di ricoverati positivi o chissà cos’altro, oltre all’incidenza del Coronavirus, ovviamente, di cui nessuno mette in discussione la pericolosità, tuttavia, anche sul perché di questo “squilibrio” numerico a livello nazionale è necessario che vengano fornite presto risposte convincenti dalle competenti autorità sanitarie e politiche.