Luigi Einaudi, il presidente della Ricostruzione

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Luigi Einaudi (Carrù, 24 marzo 1874-Roma, 30 ottobre 1961), fu un modello di costume sobrio ed operoso, chiamato ad alti impegni istituzionali in ragione della meritata fama acquisita per la sua rettitudine e la sua competenza di studioso a tutto campo (economista, giurista, agronomo e bibliofilo), tanto acuto e documentato nelle analisi, quanto chiaro nelle sintesi per il più vasto pubblico. Parsimonioso con se stesso, fu – insieme alla dolce consorte Ida – generoso e sensibile alle necessità dei più bisognosi, attivando cospicue attività solidaristiche che valsero alla coppia presidenziale un grande tributo di riconoscente affetto da larghi strati della popolazione.

In occasione del messaggio al Parlamento dopo l’elezione al Colle, il 12 maggio 1948 espresse il rimpianto di “non poter più partecipare ai dibattiti, dai quali soltanto nasce la volontà comune; e di non poter più sentire la gioia, una delle più pure che un cuore umano possa provare, la gioia di essere costretti a poco a poco dalle argomentazioni altrui, a confessare a se stessi di avere, in tutto o in parte torto, ed accedere, facendola propria, all’opinione di uomini più saggi di noi”.

Laureatosi in Giurisprudenza all’Università di Torino (1895), iniziò a collaborare con La Stampa, la Riforma sociale, il Corriere della Sera, l’Economist di Londra, contestualmente all’impegno scientifico che lo portò alla cattedra di Scienza delle Finanze a Torino. Sia negli scritti a carattere scientifico, che in quelli preminentemente divulgativi, usò uno stile chiaro come le idee che andava ad esporre, con la non comune capacità di spiegare senza appesantimenti tecnicistici, concetti di economia e finanza assai complessi, resi al lettore semplici, quasi naturalmente intuitivi. Nominato nel 1919 Senatore del Regno per meriti scientifici su designazione di Nitti, si schierò contro il Regime subito dopo il delitto di Giacomo Matteotti, e sottoscrisse nel 1925 il Manifesto di Benedetto Croce con gli intellettuali antifascisti. Alla fine della dittatura, partecipando attivamente ai lavori dell’Assemblea costituente, scongiurò l’eccessivo fiscalismo che sarebbe risultato pernicioso per la disastrata economia post-bellica, e fu considerato il “salvatore della lira”, poiché dietro la politica economica del Governo nella sua collegialità, operò la sua personale regia, mirante ad assicurare al Paese stabilità economica e monetaria, a supporto ineludibile anche di quella sociale.

Propose un sistema di poche e chiare imposte, in una progressione equilibrata per ridurre le diseguaglianze più vistose nella distribuzione della ricchezza; ma senza superare il limite oltre il quale si poteva intaccare la propensione al risparmio ed agli investimenti. L’elusione di un Fisco rapace da parte del contribuente vessato, poteva addirittura costituire “un’azione di legittima difesa”. Nelle “Prediche inutili”, spiegò che la scienza economica era subordinata alla legge morale, senza che potesse ravvisarsi alcun contrasto fra quanto un interesse lungimirante consigliava agli uomini, e quanto imponeva la consapevolezza dei doveri verso le generazioni future. E non solo: la legge morale imponeva altresì di aiutare i popoli emergenti, il che avrebbe giovato anche agli Stati sovventori, sia per i nuovi mercati che si sarebbero aperti alle loro esportazioni, sia per il poter così scongiurare che masse disperate si riversassero – travolgendole – nelle nazioni più ricche.

Questi erano alcuni dei suggerimenti che un economista, nella sua indipendenza di pensiero, riteneva di poter formulare, dovendo comunque l’economista limitarsi a proporre le scelte tecnicamente possibili per ciascun problema, nella consapevolezza che l’opzione finale spettava necessariamente al politico. La costante tensione spirituale che animò gli scritti di Einaudi riapparve nella sua critica ai monopoli, come ai redditi improduttivi che, prima ancora di costituire delle patologie economiche, erano delle situazioni immorali. Ovunque, nelle opere e nei discorsi dello Statista, ricorre l’etica della responsabilità, configurante la vita come un costante impegno operoso e perciò incompatibile con rendite parassitarie da fortune avite: da qui l’esigenza di una forte tassazione sulle successioni, che tuttavia non ne comportasse l’azzeramento.

Tra le riforme del nuovo Stato, propose di abolire i Prefetti, retaggio del centralismo napoleonico, e di valorizzare, viceversa, le autonomie locali e gli enti intermedi, i quali ultimi non fossero latori di interessi puramente settoriali. Tra le cause della disoccupazione, evidenziò il divieto dei licenziamenti e di mobilità interregionale, l’assunzione di dipendenti inutili nella Pubblica amministrazione” a scopo di carità verso i disoccupati”, il mantenimento di salari e di condizioni di lavoro privilegiate per quanti operavano all’interno di industrie protette, e così via.

Fu drammaticamente profetico, più di settant’anni fa, nella denunzia della cosiddetta “finanza creativa” e dell’avventurismo speculativo, bollando “i soliti minchioni, preoccupati di non arrivare in tempo ad arricchirsi sull’aumento dei corsi delle azioni di moda, ovvero i consumatori ansiosi di indebitarsi a rate per godere subito qualche nuovissima marca di automobile, o il recentissimo gingillo”, suggerendo conseguentemente di innalzare l’acconto in contanti per l’acquisto di azioni o di beni voluttuari, dal 20 per cento all’80 per cento del prezzo totale.

Biasimò altresì la spregiudicatezza degli imprenditori che si indebitavano fino al collo, creando cattedrali di carta con meri artifizi contabili, e che invece di inventare o applicare congegni tecnici o nuovi metodi di lavorazione e di organizzazione, riscuotevano “plauso e profitti inventando catene di società”, erogavano “propine ad amministratori-comparse”, ed infine operavano “rivalutazioni eleganti di enti patrimoniali”, così realizzando “l’incanto degli scemi, dei farabutti e dei superbi”.

Esercitò sempre con estrema discrezione verso il Governo una preventiva azione di consiglio, di riflessione, di moral suasion, nella sommessa veste di “studioso”, tramite delle annotazioni redatte su carta intestata a Luigi Einaudi, pur se con busta “Quirinale”. Rivendicò comunque la sua competenza nel procedimento di nomina dei Ministri su proposta del presidente del Consiglio, per non creare altrimenti pericolose prassi limitative dei poteri dei successori, rispetto alle facoltà attribuite costituzionalmente alla figura del capo dello Stato.

Nel campo dell’istruzione, si batté contro il valore legale dei titoli di studio, la cui spendibilità nel mondo del lavoro poteva riservare amare sorprese; ma la scuola doveva comunque rendersi accessibile a tutti i giovani meritevoli e senza mezzi, gratuitamente, con vitto ed alloggio, libri ed assistenza sanitaria, in maniera da rendere uguali i punti di partenza, rispetto a coloro che per censo erano più fortunati.

In campo internazionale, fu sostenitore della creazione di un’Europa unita attraverso il consenso dei popoli, per avere finalmente un’integrazione in grado di prevenire il ripetersi di altre guerre. Occorreva federarsi realizzando una moneta unica, una libera circolazione tra i cittadini europei; nonché un sistema di legislazione, di governo, di giustizia, di sicurezza, di difesa e di commercio condivisi. Le guerre sarebbero divenute così più rare; fino a scomparire nel giorno in cui fosse stato per sempre superato “l’idolo immondo dello Stato sovrano”. Dalla revisione del dogma della sovranità statale, Einaudi ritenne dovesse scaturire anche il diritto, anzi l’obbligo di ingerenza da parte degli Stati liberi negli affari interni di quelli totalitari, oppressivi al loro interno e potenziali centri di incubazione di germi liberticidi, in grado di contaminare e di estendersi anche ai primi.

Il 31 ottobre 1961 terminava la sua operosa esistenza terrena, lasciando ai posteri una preziosa eredità morale, nella continua e coerente aderenza agli ideali che costantemente si era impegnato a tradurre nell’agire concreto. Di tale eredità è stato autorevole relatore il presidente Sergio Mattarella, intervenendo il 12 maggio 2018 a Dogliani alla cerimonia nel 70° anniversario del giuramento dell’illustre predecessore.

In tale occasione, ne volle ricordare la costante “moral suasion” esercitata nei rapporti con il Governo, al cui riguardo Einaudi aveva scritto che era: “Dovere del presidente della Repubblica evitare si pongano precedenti grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore, immuni da ogni incrinatura, le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”. Aveva in seguito affermato la necessità di: “Conservare della struttura sociale presente tutto ciò e soltanto ciò che è garanzia della libertà della persona umana contro l’onnipotenza dello Stato e la prepotenza privata; e garantire a tutti, qualunque siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore uguaglianza possibile nei punti di partenza”.