I tragicomici effetti collaterali del federalismo all’italiana

Massimo D’Alema, in un sussulto di onestà intellettuale, mi sembra quando era ancora premier – e va detto che in confronto a quel che si è visto dopo “a ridatecelo” – li definì con l’epiteto di “cacicchi”. Si riferiva più ai sindaci del progetto politico di Francesco Rutelli, chiamato “Cento città” che ai presidenti delle regioni. Ma il concetto si può estendere. Il fatto è che il federalismo all’italiana proprio “non se po’ fa”. Perché è insieme piagnone e prepotente e non accetta un’autorità centrale unificante. E nelle emergenze drammatiche come quella attuale rivela la propria inclinazione tragicomica. Personaggi che vanno dieci ore al giorno in tivù con le mascherine come se fossero loro i medici in prima linea.

Bassi profittatori e becera propaganda e tanta confusione che oscura qualunque possibile linea di comando. “Quando so’ troppi galli a cantare – si dice a Roma – non fa mai giorno”. E questi governatori e sindaci che si comportano come veline, come influencer, come esibizionisti della paura del contagio, non spostano un centimetro in favore della responsabilizzazione di chi si ostina a uscire di casa come se niente fosse. Sono al contrario il rovescio della medaglia di tanta caparbia incoscienza. In pratica, non servono a nulla se non a sciacallare il consenso, ancora una volta. In pratica tanti piccoli centralismi che non si raccordano minimamente tra di loro. Con lo Stato che viene chiamato solo a fornire i soldi.

In realtà in Italia mai come adesso sarebbe servito un forte potere centrale, magari presidenzialista, con una sola testa che decide e si prende le proprie responsabilità. E che ne risponde agli elettori ogni quattro o cinque anni. La sanità in mano a questi governatori è come la famosa “puccacchia” in mano alle altrettanto famose “creature”. E va detto che proprio D’Alema a suo tempo, per correre dietro alla Lega quando veniva considerata una “costola della sinistra” da usare come ariete contro Silvio Berlusconi – o Berluskaiser, come lo chiamava Umberto Bossi – con le sue nefaste riforme (il famigerato titolo quinto) poi approvate con referendum confermativo, si porta dietro la colpa del caos attuale.

Inoltre, per onestà intellettuale, andrebbe ricordato come il referendum che Matteo Renzi non è riuscito a vincere – per averlo troppo personalizzato – aveva un punto qualificante proprio nell’abolizione di questo maledetto titolo quinto della Costituzione che ha provocato solo ricorsi a raffica e un contenzioso infinito davanti alla Consulta tra Stato e Regioni. E oggi siamo al Redde rationem. Speriamo che qualcuno lo capisca e che si rimetta mano a quella maledetta riforma costituzionale prima della prossima pandemia.