Riforme strutturali? Sono necessarie

Maggiore cooperazione a livello europeo migliorerebbe l’immagine dell’Italia agli occhi della comunità finanziaria ma è vero che a Bruxelles albergano molti pregiudizi sugli italiani spendaccioni e con poca voglia di lavorare. Alcuni interventi strutturali, se attuati adeguatamente, contribuirebbero a sminuire questa leggenda, che pure ha qualche fondo di verità. Non possiamo difatti negare che 70 e passa anni di Prima Repubblica ci hanno abituato a contare sullo Stato e poi a pretendere dallo Stato di risolvere i nostri problemi personali e famigliari. In ogni caso gli interventi strutturali sarebbero molto apprezzati dai mercati finanziari.

Il primo punto in agenda è dunque una volontà riformatrice, quasi rabbiosa, volta a diminuire il divario tra Nord e Sud del Paese, ossia eliminare la minore velocità di crescita del Sud (che non ce la fa a stare al passo col Nord) e chiudere la fonte più prolifica di disuguaglianze sociali.

Con una popolazione di 26 milioni di persone, il nostro Meridione ha un enorme bacino di capitale umano che viene per lo più formato a spese delle amministrazioni locali e troppo spesso è costretto ad emigrare per mancanza di opportunità lavorative in loco. Fermare questo flusso di risorse in uscita è un must da perseguire, implementando lo schema di incentivi e benefici fiscali sia per le aziende che per i singoli lavoratori nel Sud. Sostenere le aziende che investono nel Meridione non è una politica nuova ma andrebbe finalizzata, senza sconti per errori fraintendimenti e ripensamenti, alla creazione di offerta di lavoro stabile che non c’è mai stata e tutt’oggi manca. Andrebbero in particolare elaborate misure a favore dei lavoratori che scelgono il Sud per veder diminuire il flusso di capitale umano in uscita e creare un flusso di capitale umano in entrata. Parlando di Capitale Umano ne parlo non in modo reificante il Lavoratore, ma assumendolo come fattore di produzione da privilegiare con i benefici della produzione.

Se il divario Sud Nord tende a demolire muri geo-politici, la soluzione del problema della disoccupazione giovanile punta a superare quello generazionale. Come ho già detto l’altissimo livello di disoccupazione giovanile nel mercato del lavoro italiano paga uno skillset inadeguato dei nostri giovani. Una certa offerta di lavoro ci sarebbe ma siamo carenti di candidati adatti a ricoprire i ruoli disponibili sul mercato. In Italia solo il 17 per cento della popolazione è laureata, contro circa il 30 per cento delle popolazioni di Spagna, Francia e Germania. Tuttavia, il livello di disoccupazione rimane stabile anche se si guarda alla fascia dei laureati, il che dimostra che la laurea di per sé non risolve il problema della disoccupazione giovanile. Anzi talvolta induce pretese a livelli occupazionali per i quali i nostri gradi di istruzione non possono competere con quelli del Nord Europa.

Infine, e ormai è un mantra, ci sono le lungaggini e le incertezze del sistema burocratico e giudiziale italiano. Un recente sondaggio Censis sull’attrattività dell’Italia per gli investitori industriali ha indicato il carico normativo e burocratico quali maggiori ostacoli agli investimenti, assieme ai tempi della giustizia civile. La conclusione è confermata dall’Aibe Index, l’indice sintetico che misura l'attrattività del sistema-Italia, il quale spiega come il carico normativo-burocratico venga percepito negativamente dagli operatori di mercato.