Il Presidente della Repubblica è il Re d’Italia?

Il Re d’Italia dimorava al Quirinale. Anche il Presidente della Repubblica. Il Re firmava tutti gli atti del governo e del Parlamento.  Anche il Presidente della Repubblica. Il Re nominava i Ministri su proposta del Presidente del Consiglio. Anche il Presidente della Repubblica. Il Re aveva il potere di sciogliere le Camere.  Anche il Presidente della Repubblica. Il Re non era eletto dal popolo.  Anche il Presidente della Repubblica. Tutti i poteri che un tempo appartenevano al Re sono oggi esercitati dal Presidente della Repubblica, nessuno escluso; anzi qualcuno di più (CSM, gabinetto di difesa, nomine).

E’ cambiato dunque qualcosa? La vera differenza risiede in ciò: il Re acquisiva il ruolo e la funzione per diritto dinastico, pertanto la sua figura era priva di qualsivoglia alone di “politicità” e la sua neutralità era assicurata dalla “sacralità” della sua incoronazione per via ereditaria; il Presidente della Repubblica è legittimato da un’elezione politica, nella quale prevale una determinata maggioranza parlamentare.  La sua figura è politicamente sensibile già nel suo corredo genetico, eppure è formalmente chiamata a un ruolo di garanzia super partes.  La retorica di regime vuole mettere assieme due cose che ben difficilmente possono coesistere: da una parte, la funzione notarile e l’irresponsabilità politica del Capo di Stato e, dall’altra, la scelta politica della sua investitura ad opera di una parte maggioritaria del Parlamento.  L’ipocrisia istituzionale impedisce di vedere “il Re nudo”: per definizione gli atti del Presidente della Repubblica sono “imparziali”, posti in essere a garanzia dell’unità nazionale, e la sua nudità, ossia la “discrezionalità-parzialità” dei suoi atti, viene universalmente ignorata per convenzione, più che per convinzione.

Tuttavia, l’evidenza dei fatti si prende di tanto in tanto la sua rivincita. Non a caso la storia degli ultimi 30 anni di vita repubblicana testimonia un crescente rapporto di tensione tra la genetica politica e la fictio di neutralità, a cagione di un ruolo sempre più incisivo e penetrante del Presidente della Repubblica nell’agone politico.  Dopo il settenato di Scalfaro e quello (parzialmente prorogato) di Napolitano, gli italiani hanno finalmente avuto percezione della centralità del Presidente della Repubblica nella gestione del potere politico e si domandano se non sia messa in crisi perfino la sovranità popolare solennemente proclamata dalla Costituzione “più bella del mondo”.

L’attuale “interventismo” del Presidente Mattarella è certamente più felpato e meno appariscente, ma non per questo meno incisivo. Di siffatto “interventismo” non mettiamo in discussione la “correttezza istituzionale”.  Saremmo i meno indicati per farlo, giacché neghiamo ab origine che il Capo dello Stato debba svolgere un ruolo meramente “notarile”.  Vorremmo semplicemente che i paradigmi istituzionali fossero corrispondenti alla realtà dei fatti e se ne accettassero le necessarie conseguenze.  A titolo esemplificativo, sia permesso fare qualche congettura su quale sarebbe stato il corso della politica italiana, se il Presidente Mattarella avesse preso decisioni diverse, non meno istituzionalmente corrette di quelle effettivamente prese.  E’ vero che con i se e i ma, non si può fare la storia; tuttavia si può provare a interpretare almeno la cronaca.

All’inizio della legislatura, il Presidente della Repubblica si trovò innanzi a un Parlamento “tripartito”, nel quale nessuno dei tre gruppi più numerosi (Centrodestra, Movimento 5 stelle, Pd) era maggioritario ex se e non era possibile alcuna coalizione tra un gruppo e l’altro.  Non sarebbe stato “costituzionalmente scorretto” affidare l’incarico di formare il governo all’esponente del gruppo di maggioranza relativa, che avrebbe potuto provare a raccogliere ulteriori consensi parlamentari attorno a un programma politico. Tale scelta non fu ritenuta accettabile, perché le eventuali future adesioni al programma dovevano essere preventivamente dichiarate, nonché certificate e suggellate mediante la costituzione di un gruppo parlamentare apposito; quello, per intenderci, dei c.d. “responsabili”. Ovviamente, si trattava di un ostacolo pressoché insormontabile, perché quel parlamentare appena eletto, che avesse avuto la suggestione di appoggiare il nuovo governo, avrebbe dovuto rompere traumaticamente, fin da subito, i legami col gruppo di appartenenza e avrebbe dovuto farlo “al buio”.  L’obiezione fu ritenuta “corretta” da tutti gli osservatori, perché diretta a disincentivare trasmigrazioni “personalistiche” e di comodo; quelle che, all’epoca di De Pretis, avevano fatto parlare di “trasformismo”.  Fu dunque archiviata ben presto l’idea che l’incarico di formare il governo fosse affidato al leader del centrodestra, la cui coalizione era stata costituita preventivamente, al fine di realizzare un programma politico condiviso, e la cui delegazione partecipava unitariamente alle consultazioni del Quirinale.

Ben diversamente, oggi il Presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte, è legittimato a cercare consensi oltre l’area dei gruppi parlamentari che hanno assicurato preventivamente la fiducia; e si tratta di consensi non aggiuntivi, bensì “costitutivi”, ossia indispensabili a realizzare la maggioranza parlamentare. E’ noto che al Senato la coalizione dei 5 stelle e del PD non è autosufficiente; al contempo, i consensi ulteriori, dati per certi dagli osservatori, non sono stati “certificati” da partiti o gruppi, ma si preannunciano a titolo “personale”.  E’ vero che il numero dei consensi ulteriori, necessari a garantire la maggioranza al Senato al Conte bis, è esiguo (inferiore al numero necessario per costituire un gruppo parlamentare), mentre i voti di fiducia preventivamente mancanti a un eventuale governo di centrodestra ad inizio legislature erano ben più numerosi; è pur vero tuttavia che, in mancanza della piena autosufficienza della coalizione, in un caso non è stato ammesso lo scouting parlamentare, nell’atro sì.

Insomma le scelte discrezionali del Capo dello Stato hanno inciso profondamente sul corso degli eventi politici.  Un eventuale incarico al leader del centrodestra ad inizio legislatura avrebbe messo in crisi la compattezza dei 5 stelle e creato le premesse di un ridimensionamento definitivo del loro peso politico; oggi il criterio dell’autosufficienza preventiva della coalizione condurrebbe dritto diritto a nuove elezioni politiche.  Si vede bene, dunque, quanto incisivo e penetrante sia oggi il ruolo del Capo dello Stato, sembra quasi che l’indirizzo politico dell’attività di governo dipenda più dalle sue scelte, che da quelle dell’elettorato.  Non per nulla, le vittorie elettorali del centrodestra, non sempre, anzi ben difficilmente, hanno avuto come corrispettivo la formazione di governi politicamente omogenei; più spesso la formazione di pateracchi ibridi, più o meno “tecnici”, comunque “sinistresi” o “sinistrofili”.  Se dunque non vogliamo che la sovranità popolare divenga un mero simulacro vuoto e le maggioranze parlamentari e di governo siano avulse dalle scelte elettorali, è necessario che il Presidente della Repubblica sia eletto direttamente dal popolo. Con l’elezione diretta del Capo dello Stato, sarebbe almeno assicurata la sintonia della sua rilevante attività di indirizzo politico con la volontà del popolo sovrano; o almeno ne sarebbe scongiurata la palese distonia.