La formazione politica, ecco cosa manca al M5S

La formazione della classe dirigente è il problema che ha pervicacemente invaso il pensiero politico europeo, ed appena ha fatto capolino il Novecento. Da Benedetto Croce a Vilfredo Pareto passando per Gaetano Mosca e Giovanni Gentile, tutti si sono posti il problema della “formazione della classe dirigente”. Aspetto che da qualche decennio è tanto poco affrontato da quella che ormai, anche il più illetterato, appella come “classe politica”.

Eppure, tutta l’operazione egemonica dei cosiddetti “formatori politici” sulla cultura italiana del Novecento s’è svolta attraverso il metodo filosofico della “critica”: di quel confronto che per comodità appelliamo come crociano, come “critica crociana”, ma che di fatto sintetizza un approccio che mette d’accordo tutti i filosofi formatori d’una coscienza politica nella cosiddetta “classe dirigente” dello Stato. Croce confessava a Giuseppe Laterza d’avere come mira il voler “fiancheggiare il consolidamento dello Stato nazionale dal lato della cultura”. Non certo una “cultura militante”, propria dei cosiddetti intellettuali vicini al Pci, ma all’insegna della logica dei “distinti”, che poi di fatto ha influenzato le basi etico-politiche dei partiti di centrodestra dell’Italia del secondo dopoguerra. In cui non veniva certo tralasciato il merito, come nella tradizione elitistica italiana di Mosca e Pareto. Gli studi crociani rimarcano come il realismo della “classe dirigente” sia preesistente agli studi marxiani ed alla “classe politica militante”, e presente fin da prima nell’animo della borghesia.

Un anno fa lo scrivente lanciava da queste pagine una sorta d’indagine sulla selezione della classe dirigente del Belpaese. Emergeva che, l’egemonia Ue da un lato e le politiche rottamatrici dall’altro, hanno per certi versi rievocato quanto ebbe a consumarsi con l’Unità d’Italia: quando da Torino evitarono che la classe dirigente borbonica convivesse con quella sabauda. Lo storico Denis Mack Smith narra come il giovane stato italiano non permise l’utilizzo dei funzionari del Regno di Napoli.

Oggi, nel 2019, il dimezzamento della classe dirigente italiana viene nuovamente giustificato dal convergere della riduzione dei costi della politica con l’esigenza di falcidiare rami di Stato ed enti locali. La “riduzione della classe dirigente italiana” viene nuovamente studiata, auspicata, salutata come panacea di tutti i mali del Belpaese. Se negli anni ’90 si parlava di rinnovare la classe dirigente, oggi si cerca solo di dimezzarla. E questo mentre la classe dirigente elettiva (i politici) appare sempre meno pronta ad immergersi in lavacri di confronto, culturale, ideale, sociale: sembrano solo piazzisti nell’atto d’operare la “tentata vendita” (oggi tecnica al limite col fraudolento). Ricordo con attenzione quanto Amintore Fanfani (certamente non tacciabile di poco pragmatismo) ebbe a dirmi circa l’importanza della formazione della classe dirigente: ne parlammo perché lo intervistai per il mio libro sulla “riforma agraria nel Mezzogiorno d’Italia… da Cavour al secondo piano verde Fanfani). “La classe dirigente è un potere positivo per l’Italia”, diceva Fanfani, ovviamente remava per la selezione dei giovani dalle scuole di formazione cattoliche. Stesso discorso facevano gli altri partiti. E non è certo un caso che la “riduzione della classe dirigente italiana” sia assurta a necessità primaria all’indomani della caduta dell’ultimo governo eletto dal popolo, l’ultimo Berlusconi. Guarda caso a cavalcare l’orda dei dimezzatori della nostra classe dirigente ci si è messo il Movimento 5 Stelle, che seleziona la propria classe politica attraverso la rete internet. Aspetto che confligge non poco con la Costituzione, perché l’eletto dovrebbe rispondere al popolo e non a misteriosi aderenti ad una piattaforma, di fatto paragonabile ad una “associazione segreta”. Gianroberto Casaleggio (defunto ideologo del Movimento 5 Stelle) prima di passare a miglior vita faceva capolino al Forum Ambrosetti, ed in tanti coglievano l’occasione per ricordare che nel 2011, quando cadeva il Governo Berlusconi, il mentore di Grillo veniva ospitato in conferenza Bilderberg. Casaleggio sosteneva al Forum Ambrosetti che “Internet non è solo un altro media, è un processo di trasformazione”. E i giornalisti? Anche loro vengono accorpati dai “5 Stelle” alla classe dirigente da dimezzare. Casaleggio sosteneva che i giornali andrebbero chiusi, perché l’informazione libera è oggi tutta coperta dalla Rete. Ma il progetto guarda complessivamente alla classe dirigente italiana, e il Movimento 5 Stelle assurge a tagliatore di teste per l’intero Stivale, badando bene che si possa dimezzare sia per via politica che giudiziaria l’intera classe decisionale.

Nel progetto di “Nuovo Ordine Mondiale” (partorito dal Bilderberg) si guarda ad un Belpaese ridimensionato nei numeri. Dove gran parte della popolazione accetti la riduzione della qualità della vita in prospettiva di una visione cinese del lavoro. Perché a pensare siano molti di meno: ecco che una congerie di sociologi e studiosi vari motivano l’utilità di dimezzare il grande corpo intermedio, che ha dilatato negli ultimi decenni la borghesia italiana. Di fatto il pensiero di Casaleggio ha davvero poco in comune col popolo, con l’elettorato; lui è piuttosto un allievo degenere di Voltaire: è l’anti-Croce, l’anti-Pareto, l’anti-Gentile. Parafrasando il filosofo illuminista, si potrebbe asserire “ditemi come la pensa il popolo perché possa fare il contrario”: in questa logica sia Voltaire che Casaleggio agiscono per la “felicità del popolo”, e perché il popolo possa appoggiarli senza comprenderne davvero idee e operato.

La domanda è: quale potere ha aiutato l’ascesa politica dei grillini per chiederne in cambio un dimezzamento della classe dirigente italiana. Per dare maggior peso alla lotta contro i costi della politica viene inventato l’obiettivo di “riduzione della classe dirigente italiana”. Nella trappola c’era cascato anche Matteo Renzi, che ha favorito il demansionamento dei dirigenti pubblici: a ruota pare oggi seguirà la riduzione del numero dei dirigenti in tutti i ministeri. Di fatto il ruolo che sta giocando il M5S è utile all’abbassamento intellettuale del Paese. L’obiettivo è fare dell’Italia una terra dove poca gente legga libri di storia e filosofia, ma dove le masse si riversino sulla Rete per condannare chi non tira lo sciacquone dopo aver fatto pipì. Un Paese dove il web possa mandare chiunque davanti al giudice per aver sognato diversamente dal senso comune. Sono gli ultimi paladini del conformismo, vogliono abolire la prescrizione, perché ci sia il “fine pena mai” per chi la pensa diversamente. Si confida in un cambio di rotta, e che il Premier Giuseppe Conte detronizzi Luigi Di Maio archiviando il “Casaleggio-pensiero”: opzione perfettamente in linea con la “formazione politica” nell’accezione crociana.