Giulia Sarti e la politica delle manette

Condivido con Quentin Tarantino la passione per il situazionismo dei b-movies italiani degli anni Settanta. Sarà per questo che mi viene facile appassionarmi alle vicende penta-grilline, che di quel situazionismo fanno addirittura un mainstream.

Stavolta è il turno di Giulia Sarti, 33 anni, laurea in giurisprudenza. La sua biografia, oltre questo, reca soltanto una partecipazione alla Associazione “Casa della Legalità e della Cultura” e al “Movimento delle Agende Rosse”.

Fin qui tutto normale in questi tempi impazziti; ad una con cotanto curriculum non vorrete mica negare la Presidenza della Commissione Permanente Giustizia? Fino a ieri, però, quando la nostra Giulia si è autosospesa. Un fulmine a ciel sereno, o forse no. La deputata, infatti, si è autosospesa da carica istituzionale e partito dopo la notizia della richiesta di archiviazione per l’ex fidanzato Bogdan Andrea Tibusche (alias Andrea De Girolamo, ché, come in ogni spy story, sia pure all’amatriciana, che si rispetti, una doppia identità non si nega a nessuno).

In verità, per capirci qualcosa bisogna riavvolgere la pellicola al tempo in cui scoppiò lo scandalo dei furbetti delle rendicontazioni. La trasmissione televisiva “Le Iene” puntò il dito pure sulla Sarti, che scaricò tutta la responsabilità sull’ex fidanzato, accusandolo di essersi intascato le somme da lei non restituite al Fondo del Microcredito, contrariamente a quanto dalla stessa dichiarato. Al Movimento dell’Honestà le credettero e la ricandidarono nel listino bloccato al proporzionale; venne eletta, nonostante la bocciatura al maggioritario. Sennonché, la Procura della Repubblica di Rimini ha chiesto l’archiviazione per l’infondatezza della notizia di reato. Non c’è da stupirsi, del resto, se, come riferiscono i giornali, l’accusato ha potuto produrre messaggi di questo tenore: “La cosa verrà fuori. Le Iene hanno i nomi da mesi e mi hanno chiesto se denuncio te. Perché mi stanno chiedendo come uscire da questa storia. Me lo hanno chiesto Ilaria con Rocco per salvarmi la faccia”.

Insomma, la povera Sarti - che questa mattina, sempre a dar retta ai giornali, avrebbe inviato a Luigi Di Maio un messaggio chiedendo istruzioni sulle modalità con cui consumare la sua personalissima autodafè, tale da far impallidire pure il più scalcagnato sottobosco di Scientology – non ne azzecca una ed ha finito per accendere i riflettori pure sui responsabili della comunicazione Rocco Casalino e Ilaria Loquenzi.

Non ci fossero di mezzo le istituzioni, nonché una manciata di possibili ipotesi di reato, ci si potrebbe limitare a sorridere. Invece, occorre chiedersi come questo carnevale di honestà e giustizialismo sia iniziato e, se e quando, terminerà. Siamo, infatti, certi che la Procura della Repubblica di Rimini saprà valutare se nella non troppo edificante storiella fin qui narrata debbano individuarsi gli estremi del delitto di calunnia - per il quale, rammentiamolo, si procede d’ufficio - magari in concorso tra più soggetti, tra autori materiali e più o meno occulti suggeritori. Noi restiamo garantisti e, poi, il mestiere di accusatore proprio non ci riesce di farlo.

Ma, al netto della non indimenticabile vicenda, il processo andrebbe fatto, innanzitutto, al falso mito di questa visione manettara della società; mito già uscito malridotto dalle nebbie del condono edilizio a Ischia e degli abusivismi di padri che assumono lavoratori in nero e, si spera, definitivamente schiantatosi su questa storia da italietta di provincia. Ma, accanto alla novella palingenetica grillina, il processo bisognerebbe farlo anche a coloro che a tutti gli effetti sono gli antenati della messa in scena di oggi. Sono molti e vengono da lontano. Sono partiti plaudendo alle manette di Mani pulite e agli arresti per far parlare gli indagati e, da allora, si illudono che le toghe li portino al Governo in carrozza, sgominando per via giudiziaria gli avversari politici.

Costoro hanno trasformato la nostra Repubblica in una democrazia giudiziaria, dove la lotta politica non si fa nelle piazze e in Parlamento, ma viene delegata agli uffici dei pubblici ministeri. Costoro fanno a gara – da trent’anni – a chi fa maggior sfoggio di demagogia populista anti-politica e giustizialista. Costoro, quasi senza accorgersene, sono stati superati in volata dai grillini e oggi stanno lì, a lamentarsi degli improbabili campioni che loro stessi hanno prodotto, con il nasino all’insù. Costoro, qualunque sia l’accusa, politica o giudiziaria, che si potrà elevare nei confronti della povera Giulia Sarti, sono ben più colpevoli di lei.