Maledetta Metropolis

La Rivoluzione Gialla alla francese? Meglio di quella gialloverde all’italiana, senza dubbio. Di nuovo: campagna contro metropoli. Come nella Brexit tra gli “have” di Londra e gli have-not” della provincia. Come tra Donald Trump e Hillary Clinton; tra i diseredati della Rust Belt (la cintura arrugginita delle industrie americane delocalizzate in Cina) e i newyorker benestanti di Manhattan. In molte parti del territorio nazionale il fallimento ideologico dell’uguaglianza fiscale è evidenziato dalla scomparsa a livello provinciale di servizi pubblici finanziati dall’erario, come gli sportelli postali, le linee ferroviarie secondarie e le scuole dell’obbligo. Cosicché imposte e tasse governative appaiono ai più come spese “superflue” che vanno ad arricchire solo le famose élite. In questo fanno fede i grandi scandali di evasione fiscale da parte di multinazionali, politici, personalità dello spettacolo e imprenditori. Lo Stato che non sa opporsi alle delocalizzazioni e alla deindustrializzazione dei territori viene accusato di essere al servizio dei più forti, per cui alla “misera gente” non resta che opporre ai potenti la forza della propria rabbia, imprimendo al voto popolare occidentale una fortissima virata a destra generalizzata.

Per molti, di fatto, questa non è più “democrazia”, ma una dittatura spietata (per tasse interposte) gestita da una feroce e autoriferita nomenklatura del politicamente corretto, creatura del mostro acefalo della speculazione finanziaria mondiale e della globalizzazione destrutturante, che premia chi offre lavoro a prezzi di fame e inquina impunemente la Terra. Ma nemmeno in Francia probabilmente si andrà fino in fondo, oltre alla auspicata partenza anticipata di Emmanuel Macron e della sua Europa dei maggiorenti. Come mostra il caso della Grecia, infatti, nessuno vuole trovarsi con una moneta locale iper-svalutata che distrugga i sudatissimi risparmi di una vita. L’alternativa per la salvezza è mettere in opera politiche condivise di crescita economica interoccidentale, concertando quote di produzione nelle varie aree di eccellenza. Ovvero, in altri termini, la guerra commerciale si vince mantenendo equilibrate tra di loro le nostre bilance occidentali dei pagamenti. Sull’automotive basterebbe, per dire, che noi europei rapportassimo le nostre esportazioni negli Usa a quelle americane verso di noi.

Oppure, che nel campo della componentistica e delle biotecnologie avanzate mettessimo soldi in modo paritario nella ricerca comune, “smezzando” le royalties di brevetti e i benefici indotti. Ma è la tassazione insopportabile che grava sulle piccole imprese (sostituti di imposta, ricordiamolo!) e sui loro dipendenti a coalizzare padroni e lavoratori, accomunati dalla lotta contro l’eccesso di prelievo fiscale di uno Stato visto come nemico, che opprime tutti con la sua burocrazia faraonica e asfissiante. Di fatto, in un mondo dell’occupazione atomizzato come quello attuale, emerge con forza il fenomeno dell’erosione delle solidarietà collettive e della disaffiliazione, che allontana irrimediabilmente la grande massa dei lavoratori non protetti dagli impiegati pubblici garantiti. Lavoratori autonomi precari e piccole imprese locali strangolati da un fisco opprimente (alti contributi assistenziali e previdenziali; tassazione elevata sui redditi d’impresa) si ribellano all’assenza di uno Stato lontano e indifferente e si fanno “gialli” di rabbia. Perché poi, obiettivamente, la Politica l’è bella che morta!