Immigrazione e strategie

Un aforisma, un commento – “Dato il comportamento decisamente non generoso nei confronti dell’immigrazione da parte dei Paesi del gruppo di Visegrad guidati dal Primo Ministro ungherese, suggerirei al Vaticano di riservargli un’incitazione spirituale particolare. La formula in fondo è già pronta: Urbi, Orbi et Orban.

Sul fenomeno migratorio possiamo avere opinioni diverse a seconda del profilo dal quale lo consideriamo. Sotto il profilo umanitario, prendendo visione di ciò che accade nel Mediterraneo e immaginando cosa succede prima, nella traversata del deserto, non si può ovviamente restare indifferenti. Sotto quello geopolitico o geo-demografico si parla di un fenomeno “epocale” ma, in realtà, nessuna migrazione è mai stata tale indefinitamente. La curva di accrescimento finirà quando l’equilibrio, nei Paesi africani e in quelli europei, raggiungerà un punto di smorzamento dovuto agli effetti che l’emigrazione stessa genera nei Paesi di partenza e alle retroazioni che induce in quelli di arrivo. L’emigrazione italiana, per esempio, (da non confondere con la “fuga dei cervelli”) è ormai il lontano ricordo di un processo che è terminato con la graduale crescita economica del nostro Paese.

Dal punto di vista economico, poi, è sicuramente vero che quote notevoli di immigrati regolari aiutano i Paesi europei a crescere e, da noi, contribuiscono persino a mantenere in equilibrio i conti pensionistici. È però da osservare che lo stesso effetto verrebbe generato dall’impiego di manodopera italiana, abbondantemente presente in termini di disoccupazione. Non conosco studi sociologici specifici, ma pare assodato che una percentuale non indifferente di giovani italiani rifiutino il lavoro che invece accettano gli immigrati. È ovvio che, se il Governo sussidierà persone che rifiutano le occupazioni disponibili, costoro approfitteranno del sussidio fino a quando sarà loro concesso peggiorando la situazione economica complessiva. Un Governo responsabile dovrebbe invece porre in atto strategie capaci, attraverso forme di incentivazione, di togliere dalla testa di troppi giovani l’idea che iniziare a lavorare con le mani sia indegno e che l’unico lavoro che merita di essere perseguito sia davanti alla tastiera di un computer o in un call center.

Sta comunque di fatto che, per ora, i Paesi europei devono fronteggiare flussi di immigrazione di non piccole dimensioni che devono essere in qualche modo accettati se non altro in attesa delle verifiche necessarie per l’eventuale rimpatrio di chi non è in regola. Tutto questo chiama in causa la questione culturale, all’interno della quale la variabile religiosa è centrale. Potrà sembrare solo una questione di dettaglio, ma è singolare osservare come i Paesi più duramente ostili all’accoglienza, ancorché temporanea, siano quelli in cui l’importanza attribuita alla religione e la presenza dei cristiani sono più elevate.

Calcolando le medie ponderate dei dati di due indagini (Gallup WorldView, 2009 e Pew Research Center, Religious Composition by Country 2015) si scopre che l’Importanza della religione nella vita privata nei Paesi di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, cui abbiamo aggiunto l’Austria) viene affermata dal 57 per cento della popolazione mentre in altri cinque importanti Paesi europei (Germania, Francia, Olanda, Belgio, Spagna) lo è solo dal 38 per cento. Altrettanto, la Presenza di cristiani nei Paesi di Visegrád è dell’80 per cento mentre negli altri è del 66 per cento. Fra parentesi, data la sua particolarissima situazione geografica che ne fa un caso a parte, in Italia l’importanza della religione è sostenuta dal 72 per cento e la presenza cristiana è dell’85 per cento.

Non possiamo trarre conclusioni affrettate, ma pare comunque che l’atteggiamento caritatevole non sia prerogativa delle società con una intensità religiosa elevata. Come mai? Forse, accanto alle numerose ma sparse e talvolta contraddittorie iniziative di accoglienza delle organizzazioni cristiane, cattoliche e non, gioverebbe un più forte richiamo del Pontefice verso quegli uomini di Governo e quelle popolazioni le quali, prontissime a sottolineare le “radici cristiane” dell’Europa, sono assai lente e addirittura ostili anche alla più semplice e temporanea dimostrazione di generosità.