15 maggio 2012POLITICA
Al paese servono investimenti in infrastrutture, ammodernamento
e servizi. Ma c'è la crisi, e i soldi non ci sono. Almeno è quanto
ci sentiamo ripetere un governo dopo l'altro. E se invece i soldi
ci fossero, fossero anzi tantissimi e arrivassero dall'Europa, e il
vero problema fosse l'Italia che non sa come impiegarli?
Sembra un paradosso, ma è così. Ce lo dicono i numeri:
quest'anno l'Italia è al 26° posto sul totale di 27 paesi
dell'Unione Europea nella classifica sulla capacità di spesa dei
fondi Ue, subito prima della Romania. Fino all'anno passato era
stata sempre l'ultima in classifica. Quest'anno abbiamo guadagnato
una posizione ma, dicono da Bruxelles, solo perché in quel di
Bucarest hanno perso colpi.
Cosa significa essere il fanalino di coda di questa
particolarissima classifica? Significa forse essere i più
parsimoniosi tra i paesi Europei? Nient'affatto. Vuol dire
semplicemente non essere in grado di utilizzare i fondi che
l'Europa mette a disposizione per gli stati membri. Decine di
miliardi di euro che vanno però impiegati entro un determinato tot
di tempo. Altrimenti ritornano al mittente che li rigira poi a
qualcun altro. Un esempio? In Irlanda hanno costruito un complesso
di autostrade battezzate ironicamente Italian Highways, "autostrade
italiane", proprio perché realizzate con fondi europei
originariamente destinati all'Italia, mai spesi, e quindi ritirati
per essere ridestinati a qualche fruitore più sveglio.
Dopo una figuraccia come questa, si dirà, a Roma saranno
sicuramente corsi ai ripari per rimediare alla passata negligenza.
Specie poi in un periodo come questo, in cui i fondi vanno cercati
con il lumicino, e i ricchissimi emolumenti europei appaiono dunque
come la manna dal cielo. E invece no. Per il quinquennio 2007-13
l'Unione Europea ha messo a disposizione degli italiani qualcosa
come 44 miliardi di euro. Più del doppio della manovra Salva Italia
targata Mario Monti, tanto per intendersi. Bene, di tutto questo
ben di Dio abbiamo fino ad ora speso appena il 18%, ovvero 8
miliardi di euro scarsi. Calcolando anche i fondi impegnati, si
arriva al 30% (13 miliardi di euro, all'incirca). Impensabile che
da qui al prossimo anno si riesca a spendere o anche solo ad
impegnare tutto il resto. E così, tra qualche anno, in qualche
altro angolo d'Europa, si inaugureranno strade, ponti, ferrovie,
scuole, ospedali, biblioteche e università che avrebbero
tranquillamente potuto essere strade, ponti, ferrovie, scuole,
ospedali, biblioteche e università italiane.
Ma com'è possibile? «È un problema di informazione e di
formazione» spiega Niccolò Rinaldi, europarlamentare Idv. «I nostri
enti locali, ma anche le imprese, non hanno la minima idea di dove
trovare i bandi di finanziamento europei. E, quando lo sanno, non
hanno idea di cosa devono fare, e come, per vincerli». Ma non solo:
«C'è anche un problema di dimensioni. Gran parte dei finanziamenti
europei si rivolgono a realtà ben più grandi di tanti nostri
piccoli comuni o di tante pmi. Basterebbe però federarsi o
consorziarsi per risolvere il problema». E perché non accade? «È
una questione di pigrizia. Sarebbe sufficiente condividere le buone
pratiche, seguire corsi di europrogettazione, finalizzati proprio a
comprendere i meccanismi dei finanziamenti (lo stesso Rinaldi ne ha
organizzati finora 17, rivolti ad amministratori e
imprenditori, NdR), e uscire dal fatalismo del "noi non ce la
facciamo". Il Paese ha tutto, basterebbe la volontà».
Che basti poco lo dimostra l'Università della Tuscia, che
sull'accesso ai fondi europei ha concentrato l'occhio attento di
ben due esperti. Il risultato è stato premiante: l'Ateneo riesce a
compensare con i fondi Ue persino i tagli del Miur. Peccato che a
seguire questo esempio virtuoso siano in pochi.