La gauche dissociata che detesta le persone

Com’è triste la gauche. La macronie ha ufficializzato lo stato confusionale nel quale versa la sinistra francese, oggi impantanata in conflitti senza prospettive, ma con ottimi numeri all’Assemblée nationale. Se l’elettorato, infatti, tenta ancora una mobilizzazione di massa è solo per votare “contro” e impedire che Marine Le Pen si prenda tutto. Il Nuovo fronte popolare prova a ricostruire faticosamente un rapporto con le classi lavoratrici, che ormai hanno dirottato la loro protesta scegliendo il non voto o ripiegando sul Rassemblement national. L’idée de gauche peut-elle encore faire sens? (la sinistra ha ancora un senso?), si chiede nel suo ultimo libro il sociologo Michel Wieviorka. Sono lontani i tempi dei Trente Glorieuses e la ricreazione del Sessantotto è finita da un pezzo; dell’Union de gauche e della vittoria di François Mitterand alle presidenziali restano solo foto in bianco e nero, così come dell’equipe des reves, come li aveva ribattezzati la stampa, cioè della meglio gioventù socialista, Lionel Jospin, Jack Lang, Jacques Delors, Dominique Strass-Kahn, che in realtà consegnarono la Francia al mercato deregolato e a una globalizzazione che significò deindustrializzazione e disoccupazione di massa (il meno conclamato Paris consensus, che secondo alcuni economisti francesi fu addirittura prodromico al ben più sbandierato Washington consensus).

Quei giorni sono finiti. La sinistra comunista, “che non ha abbandonato il popolo”, assicura Wieviorka, ha perso ogni forza. Il partito socialista, invece, non è mai stato un partito molto popolare: il suo rapporto con le classi lavoratrici è sempre stato a geometria variabile, perché in realtà “non è mai stato un partito socialdemocratico, almeno se vogliamo dare all'espressione il suo pieno significato, che rimanda allo Stato sociale e al sostegno del partito ai sindacati e al mondo del lavoro”. La sinistra socialista, dice l’autore, “ha sempre avuto difficoltà a mantenere uno stretto rapporto con la società”. I problemi che la gauche si trascina ancora oggi, iniziano tra anni Ottanta e Novanta, quando si separarono due mondi: quello sociale si allontanò da quello politico e, simmetricamente si affermarono nuove dimensioni culturali. Si afferma l’idea di sinistra teorizzata da Herbert Marcuse e Michel Foucault. Fallita la rivoluzione delle masse, non fosse altro perché l’operaio non voleva rovesciare il potere ma diventare esso stesso classe media, la nuova sinistra doveva riprogrammare la propria utopia su “minoranzesociali, etniche e sessuali e diventare baluardo dei diritti di donne, immigrati e omosessuali.

La sinistra francese fa da apripista a un modello di società che privilegia l’umanità ma detesta le persone, con le quali probabilmente non ha mai avuto legami così forti. Tuttavia, precisa Wieviorka, ci sono pure stati periodi in cui il rapporto tra sinistra e popolo è stato intenso, nel 1936 come nel mitico 1968. Il problema, ammette il sociologo, è che in Francia, la sinistra pensa più in termini di Stato che di società, essendo soprattutto focalizzata sulla conquista e sulla gestione del potere statale. Oggi, per esempio, si preoccupa principalmente più di proporre una cura per le difficoltà economiche generali, di far progredire il dibattito europeo, di rilanciare la crescita, invece di incarnare questa o quella fascia della società. Ma se un partito intende assicurarsi il potere statale, rileva l’autore, deve sapere cosa accade nella società, sia che si tratti di questioni sociali (la precarietà, l’esclusione sociale) o di problemi di altra natura, in particolare culturali o religiosi.

Gli individui, afferma Wieviorka, non sono definiti in modo unidimensionale dal loro reddito, dal loro impiego o dalla loro mobilità sociale ascendente o discendente, ma sono caratterizzati anche dal loro stile di vita, dalla loro religione, dalla loro origine nazionale, dalla loro morale, dal loro genere e da tanti altri fattori. Rifiutarsi di affrontare queste altre dimensioni della vita collettiva, dicendo che allontanano e ci allontanano dal sociale, equivale allora a muovere una falsa accusa a tutti coloro che sono interessati a esse. E questo Marine Le Pen lo sa bene, ammette il sociologo: parla sì di Nazione, di Islam, ma anche di lavoro e occupazione, tutto a modo suo, ma in un discorso politico complessivo. Il problema di una sinistra francese che pensa in termini di Stato era tuttavia già evidente negli ambienti culturali già alla fine degli anni Settanta. Wieviorka ricorda che nel 1979, cioè due anni prima dell’ascesa di Mitterand all’Eliseo, il sociologo Alain Touraine, pubblicò Mort dune gauche, in cui denunciava la tendenza dei partiti di sinistra a parlare il linguaggio dello Stato piuttosto che quello dei cittadini, e si diceva preoccupato per la dissociazione tra le strategie politiche e le rivendicazioni sociali.

Nel 2008 toccava poi a un alto funzionario dello Stato, Louis Gautier, chiedersi nel suo libro Table Rase: “Ci sono ancora idee di sinistra?” Probabilmente non più, ma Wieviorka è convinto che quello attuale può essere il bon moment per rimettere in piedi una sinistra “capace di ritrovare quella contestazione che possa costruire la Republique e di ridare forza all’idea di un mondo nuovo”. Ammesso che abbiano un straccio di idea di cosa voglia dire.

Aggiornato il 28 marzo 2025 alle ore 11:50