Hong Kong: un caso unico nella storia

Il primo luglio 2022 il premier cinese Xi Jinping – in occasione del venticinquesimo anno dalla “liberazione” di Hong Kong – si è presentato nella ex colonia britannica per sancire la fine della rivolta della ex colonia inglese contro la sua stessa “Madrepatria”. Non è stato accolto da lanci di fiori e fuochi di artificio, ma da una indifferenza popolare, da un silenzio che la dice lunga. Più che un Giuseppe Garibaldi in Sudamerica sembrava un Adolf Hitler nella Parigi occupata. Si veda questo filmato Rai del 30 giugno, con immagini di una città blindata e apparentemente intenta nei suoi affari. Hong Kong è un caso unico: è tremendo vivere sotto il giogo di uno straniero, vedi le nazioni dell’Est europeo e la Russia o le colonie africane (non solo il Sudafrica o l’ex Congo belga) oppure l’Italia prima del Risorgimento.

Hong Kong diventò colonia nel 1841, quando fu occupata dal Regno Unito, nel corso della Guerra dell’oppio. Parliamo degli anni in cui la Cina imperiale era decaduta, debole, corrotta, mentre Londra era l’epicentro di un dominio mondiale efficiente e inflessibile. Ma persino la neonata Italia ottenne una piccola fetta di Cina: un quartiere della città portuale di Tianjin (in italiano Tientsin) oggi una delle metropoli più importanti della Repubblica popolare cinese.

Ecco cosa scrivevo anni fa: “L’Italia non sa di aver avuto una concessione territoriale in Cina. È uno strano caso di rimozione collettiva, tanto più incomprensibile se si pensa che nel caso di altre colonie non c’è una simile dimenticanza. Il possedimento risale al periodo della rivolta dei Boxer. Nel 1901 l’Italia, avendo partecipato alla repressione dei ribelli insieme ad altre potenze europee, ottenne dal Governo cinese il diritto di proteggere militarmente le proprie ambasciate e attività commerciali. Serviva un territorio nel quale dislocare truppe e diplomatici, e Tientsin era la città ideale: zona franca dal 1866, quando i Savoia sottoscrissero un Trattato di Commercio e navigazione con la Cina, vicina a Pechino, disposta lungo un fiume navigabile. La guerra contro i Boxer – nazionalisti cinesi che si ribellarono alle ingerenze delle potenze straniere in Cina – fu breve e cruenta (giugno-agosto 1900). Al conflitto parteciparono 2mila soldati italiani, la maggior parte dei quali venne rimpatriata al termine dei combattimenti.

Alla fine del Secondo conflitto mondiale, Tientsin tornò al Governo cinese, come altre concessioni andarono a Shangai e altrove. Nessuno si ribellò. L’India inglese tornò indipendente nel 1947. Tutti gli indiani ne furono felici e nessuno si sognò di rimpiangere il dominio inglese. L’Europa, che nel corso del Secondo conflitto mondiale era stata schiacciata dall’oppressione nazista, accolse con gioia la liberazione portata dagli Alleati. Tutto ciò per sottolineare qualcosa di anormale ma significativo: dopo la fine di un’occupazione coloniale sono sempre successe infinite situazioni, come rivoluzioni o guerre civili. Però non è mai accaduto che gli ex colonizzati abbiano sognato e sperato – combattendo a pugni nudi contro la Storia, contro la “loro” Madrepatria ritrovata e il suo esercito – di tornare sotto il vecchio dominio coloniale e i suoi problemi piuttosto che restare sotto il dominio del “proprio” regime. Non era mai è successo, che io ricordi. Tranne nel caso di Hong Kong.

(*) Nella foto in alto il quartiere della concessione italiana di Tientsin, oggi Tianjin