L’Anima dell’Islam: la Jihad globale

A proposito di Superpotenza. In questa metà del Globo è il “Denaro che dà valore a ogni cosa” (citazione dal filosofo Umberto Galimberti), per cui la misurazione del Potere è un semplice algoritmo economico in cui l’Essere si confonde con l’Avere. Nel mondo musulmano è, invece, l’Anima del credente quella che conta. Può essere dislocata per necessità, come avviene nelle migrazioni recenti e passate, ma l’impronta della fede non cederà mai il passo alla contabilità delle cose che si hanno. Un miliardo e mezzo di musulmani sono pronti a insorgere in tutto in mondo, quando in Occidente vengono pubblicate le vignette blasfeme contro Maometto, perché la sua parola è incarnata nell’arabo del Corano, come quella del Dio ebraico nel Talmud. Per noi no: abbiamo rinunciato all’aramaico per tradurre i Vangeli in tutte le lingue del mondo ma, così facendo, la Parola di Dio non è più incarnata nella scrittura, essendo alterata da traduzioni sempre approssimative, e la cui pronuncia non ha lo stesso suono dell’origine: in ogni parte del mondo il Corano si legge in arabo e il Talmud in ebraico. Questa è la vera differenza di chi possiede (religiosamente) un’Anima e di chi ne è privo, come lo è oggi l’Occidente materialista ed edonista, incapace di offrire la propria vita per realizzare in Terra la Parola di Dio.

Carter Malkasian, l’autore di The American War in Afganistan viene folgorato sulla Via di Damasco quando uno studente talebano di una madrassa gli chiarisce in poche frasi lapidarie il perché l’America abbia perso (da molto tempo) la guerra in Afganistan: “Il Talebano lotta per il proprio credo, per lo janat (il paradiso) e il ghazi (uccidere gli infedeli). L’esercito e la polizia invece combattono per una paga.. Il Talebano è pronto a morire combattendo”. Quindi: come può competere con lui chi indossa una divisa per garantirsi uno stipendio e la propria sopravvivenza? Il Talebano, cioè, ha un’Anima religiosa, mentre tutti quegli altri obbediscono a una burocrazia e a delle regole che sono del tutto estranee al primo. L’alfabeto dell’Islam, cioè, si rivela intraducibile nell’emisfero occidentale e non dà luogo a nessuna possibile assimilazione. Domenico Quirico è ancora più chiaro nel suo intervento dal titolo “Onu: tempo scaduto?” su La Stampa del 30 agosto: “La terza guerra mondiale ha come protagonista e nemico non uno Stato ma l’internazionale islamista che rifiuta i concetti di diplomazia, tregua e pace”. Perché, per costoro, i mediatori sono traditori e non vi può essere pace sulla terra finché tutte le anime viventi non saranno conquistate e convertite all’Islam, con la convinzione o con la spada. Meglio quest’ultima, perché così si fa prima e il terrore è una perfetta arma di persuasione e di dissuasione. Se, poi, il terrorismo fa migliaia di vittime collaterali innocenti, questo è solo un dettaglio trascurabile perché si tratta pur sempre di infedeli!

L’unico vantaggio per noi, in questo modo radicale di ragionare, viene dal detto “se sei puro troverai sempre un altro più puro di te che ti epura”, non restandoci che scommettere sulle inevitabili guerre intestine intersunnite e interislamiche in corso da più di un millennio, come ci mostrano a chiare lettere i recenti esempi di Iraq, Siria e Afghanistan. Perché i fanatici della Jihad saranno pure disposti a morire per l’Anima, ma i loro capi continueranno, come in tutte le epoche, a battersi per il Potere, esponendosi così al gioco e alla strumentalizzazione delle Grandi Potenze, come degli Stati confinanti. Vedi Pakistan per gli afghani e Turchia per i siriani. Nota ancora Quirico sul primo aspetto dell’Anima: “Oggi la guerra viaggia con i profughi, che le Nazioni Unite (da lui definite “inutili e evanescenti”, a giusto titolo!) in fondo si limitano a contare. (E quella guerra) Arriva da noi. Non nel senso che questi sopravvissuti sono quinte colonne del terrorismo. Ma perché ne portano con sé la realtà antropologica, i suoi lamenti, il suo silenzio”. Ecco: le comunità islamiche della diaspora o dell’emigrazione non cedono in nulla al Faust occidentale: non firmano cambiali o contratti. Si limitano a usarne per il proprio vantaggio il benessere sociale ed economico che permette loro di vivere una vita dignitosa.

I Talebani, nota Malkasian, hanno un vantaggio incolmabile nell’incitare gli afghani alla lotta armata. Invocano la resistenza allo straniero invasore facendo appello alle radici profonde dell’insegnamento islamico, che entrano in risonanza con il richiamo agli aspetti identitari in cui tutti gli afghani si riconoscono, e per i quali sono pronti a morire e combattere. Sebbene l’Islam predichi unità, giustizia e pace i Talebani sono stati molto abili nel legare le proprie sorti alla religione e all’identità afghana, in un modo che qualsiasi governo alleato con potenze occupanti non musulmane non avrebbe mai potuto fare. Per questo popolo islamico la jihad rappresenta un richiamo alla lotta e alla resistenza contro l’infedele oppressore e fa capire la loro resilienza secolare (malgrado le faide intertribali) contro qualunque tipo di invasore. Prima l’Inghilterra, poi l’Urss e oggi l’America lo hanno capito sempre troppo tardi. Per questo, Joe Biden e i fallimentari strateghi civili e militari di Washington fanno il tifo perché siano oggi la Cina e la Russia a impelagarsi nel prossimo futuro nel pantano afghano, permettendo così agli Stati Uniti di rinunciare per sempre al ruolo dispendioso e obsoleto di Guardiano del mondo e dei valori occidentali, al fine di stornare tutte le immense risorse dilapidate in 70 anni di sterile interventismo all’estero, indirizzandole verso la ricostruzione interna del proprio disastrato stato federale.

La forza del terrorismo stragista islamico con il suo Califfato mondiale è tutto contenuto nelle radici dell’Islam, che non richiedono a nessun credente di avere una visione politico-ideologica e tantomeno un’etnia e una lingua privilegiata. Il loro desiderio di dominio assoluto del mondo non è materiale ma religioso, in quanto dovere comune di tutti i credenti di conquistare la terra intera al credo di Allah. Ora, quello che resta da fare a un Occidente miscredente, e disposto a pagare eserciti di mercenari per morire al posto suo, è di impedire che i grani del rosario islamico vadano a chiudersi in cerchio, unendo tra di loro i focolai di terrore accesi dai gruppi radicali in ogni parte del mondo. Ovvero: la guerra contro l’Islam non può essere combattuta, perché già persa in partenza. Non restano che periodiche operazioni di polizia internazionale, con chi c’è c’è. L’Europa vigliacca si metterà in gioco in prima persona almeno in questo?