Cina in Africa: la sfida all’Occidente

La Cina di Xi Jinping sembra sempre più decisa ad estendere la sua longa manus sul continente africano e far sentire il suo peso non solo economico, ma anche militare. Ad aprile, è stato completato il nuovo molo nella base cinese di Doraleh, in Gibuti, capace di riparare e rifornire forze navali di notevoli dimensioni, comprese le portaerei.

La Cina non è estranea a coinvolgimenti militari nel continente africano: dal 2018 400 uomini sono stanziati nella base di Doraleh, un numero molto limitato se consideriamo gli oltre 4mila soldati statunitensi schierati in Gibuti, in una base distante appena sette chilometri da quella cinese, o i 1500 francesi. Come riportato da Judd Devermont, direttore dell’African Program del Csis (Center for strategic and international studies), nel suo report del 2020 al Congresso sulla presenza cinese nell’Africa sub-sahariana, il gigante asiatico si è trasformato in un attore di primaria importanza nelle varie missioni di peacekeeping a guida Onu.

Nel febbraio 2020, tra Repubblica centrale africana, Repubblica democratica del Congo, Mali, Sudan e Sud-Sudan, erano ben 2mila gli uomini schierati da Pechino, tra soldati e personale non combattente. Questa cifra rende la superpotenza asiatica la prima per numero di uomini impiegati nelle missioni Onu e la seconda per finanziamenti. Inoltre, nel 2015, aveva promesso un investimento di 100 milioni di dollari per supportare la creazione dell’African standby force e dell’African capacity for immediate response to crisis (Acirc), due organizzazioni dell’Unione Africana per la creazione di un’architettura di stabilità e sicurezza nel Continente.

Pechino ha basato la sua presenza militare su una crescente influenza economica. A partire dal 2000 la Cina ha fatto confluire nel Continente miliardi di dollari in investimenti, infrastrutture e sovvenzioni ai vari governi africani. Il valore degli scambi commerciali fra Cina e Africa nel solo 2018 ammontava a 185 miliardi di dollari e gli Stati africani hanno accumulato, tra il 2000 e il 2018, un debito con Pechino e le imprese statali cinesi pari a 148 miliardi di dollari.

In questo scenario, la nazione del Gibuti si è trovata a svolgere un ruolo di primaria importanza. Il piccolo Stato non è ricco di risorse naturali e non costituisce un ampio mercato per le importazioni cinesi, ma si trova in una posizione strategica, essendo un punto di transito per le rotte marittime che collegano Asia, Africa ed Europa e, dunque, punto focale per la Msri (Maritime silk road initiative), parte della cosiddetta Nuova Via della Seta.

Proprio grazie a questa sua posizione, il Gibuti ha potuto contare su una serie di importanti investimenti da parte della Cina, incentrati soprattutto sul permettere al piccolo Stato di sopportare il volume sempre maggiore di traffici commerciali tra Pechino e i suoi partner nel continente, in particolare l’Etiopia, con ben tre progetti dal valore complessivo di 1,51 miliardi di dollari dedicati a facilitare i collegamenti con la nazione priva di sbocchi sul mare. Nel 2018, gli investimenti cinesi sono culminati nella creazione della Djibouti international free trade zone, della dimensione di ben 4800 ettari. Questo progetto punta ad aumentare la capacità industriale e manifatturiera della piccola nazione, oltre a garantire ampie possibilità di cooperazione tra Cina, Gibuti e gli Stati vicini, con il conseguente aumento dell’influenza di Pechino nella regione. La creazione di una base militare nel 2017 pare, dunque, lo sviluppo naturale di una situazione di preminenza economica cinese nella regione e la sua espansione accende la competizione con le altre potenze straniere lì presenti, in particolare con gli Stati Uniti.

La possibilità per la Cina di disporre di un porto capace di ospitare, riparare e supportare forze navali di considerevoli dimensioni, comprese le portaerei, apre un nuovo scenario nello scacchiere africano. Il comandante dell’Africom, il generale Stephen Townsend, ha espresso notevole preoccupazione per la crescente influenza cinese in tutta l’Africa. I considerevoli investimenti di Pechino in numerosi porti, non solo in Gibuti, rischiano di capovolgere una situazione di cooperazione internazionale rigidamente regolata per favorire esclusivamente gli interessi cinesi.

Nonostante il generale Townsend abbia sottolineato come gli Usa siano ancora il partner preferito da molte nazioni africane e che la Cina sia ancora lontana dallo stabilire una presenza militare massiccia nella regione, è evidente come il dinamismo e la capacità di Pechino di imporsi grazie ad investimenti considerevoli e alla possibilità di “tenere in ostaggio” diversi governi grazie ai debiti da essi contratti, rischiano di costringere gli Usa e gli Stati europei a un ruolo secondario in una regione che ospita ben 13 tra le 25 economie in via di sviluppo più promettenti, oltre ad aprire alla Cina la possibilità di rivolgere il suo sguardo verso l’Atlantico.