Mozambico, l’Eldorado africano sotto la minaccia del jihadismo

Il Covid-19, oltre ai suoi sempre più discutibili effetti virali, ha “partorito” anche la più subdola info-pandemia, la quale ha portato ad un annichilimento di molte altre notizie che riguardavano l’umanità ante-Covid, e che dominavano la scena informativa planetaria. Se ormai si discute pochissimo di calcio e dei suoi gossip, se non si commentano le varie querelle sentimentali di vip o aspiranti tali, se si guarda con meno curiosità ai vari “Grande Fratello”, se la politica è ormai una propaggine dell’info-psico-pandemia, non si può ignorare che uno dei temi più trattati prima del Coronavirus, il jihadismo, è oggi pesantemente presente ed operativo.

Dopo il Sahel e l’area del Corno d’Africa, una terza regione del Continente africano è a rischio destabilizzazione a causa della crescente presenza di gruppi jihadisti. In Mozambico un gruppo estremista islamico, legato alla rete jihadista africana dello Stato Islamico, ha attaccato dal 24 al 30 marzo la città di Palma nel Nord-Est del Paese. Per il Mozambico, ex colonia portoghese segnata da una lunga guerra d’indipendenza (1964-1975), seguita da una interminabile guerra civile (1976-1992), che ha causato quasi un milione di morti, il colpo è stato duro anche se la capitale, Maputo, dista dal luogo dell'attacco oltre 2.700 chilometri. L’assalto segna una fase preoccupante nello sviluppo del jihad in una regione fino a poco tempo fa risparmiata. L’aggressione jihadista è firmata da estremisti affiliati al gruppo Ahlu Sunna Waljamaa, localmente chiamato Al-Chabab (giovani combattenti), ed è avvenuta nei pressi di un centro abitato nella penisola di Afungi, già precedentemente organizzato come un campo protetto, dove un consorzio guidato dalla francese Total, sta costruendo impianti di liquefazione del gas. Secondo un portavoce dell’esercito mozambicano, il bilancio delle vittime è altissimo, si ipotizza diverse decine, tra queste alcuni stranieri, tra cui un britannico, diversi sudafricani e altre nazionalità che operavano nell’impianto Total. Inoltre, la violenza di tale operazione jihadista ha portato alla fuga disperata di decine di migliaia di persone.

La strategia jihadista ha agito prima cacciando, con il terrore, gli abitanti dei paesi limitrofi all’impianto, poi si sono infiltrati nelle maglie del tessuto sociale dei vari villaggi, in modo da poter lanciare un attacco simultaneo in più punti. Né l’esercito mozambicano, che secondo i termini di un recente accordo avrebbe dovuto istituire una zona di protezione di 25 chilometri attorno al sito, né i contractor addetti alla sicurezza privata che operano nella regione, sono riusciti a evitare lo spargimento di sangue. Inoltre, le forze di sicurezza, sotto la pressione degli attacchi jihadisti, sono fuggite rivelando le dimensioni dell’imboscata. Per diversi mesi tutte le strade che portavano alla città erano state interrotte dai combattenti Chabab. Nell’ambito geografico, dove questo combattimento, durato sei giorni, è avvenuto, i prezzi sono esplosi, rendendo la vita impossibile. Così la Total, che aveva appena annunciato la ripresa dei lavori sul sito, il più grande progetto del continente africano nel campo degli idrocarburi, ha dovuto sospendere le operatività.

Il gruppo Ahlu Sunna Waljamaa dalla sua creazione, nel 2017, è cresciuto costantemente localizzandosi nel Nord del Mozambico. Come è di prassi l’affiliazione ha avuto facile attecchimento in una società economicamente depressa, culturalmente quasi nulla, e dove i conflitti religiosi locali hanno solo favorito derive estremistiche. L’aspetto più determinate è stato che il gruppo jihadista si è offerto, come da prassi, anche come “ufficio di collocamento” per soggetti dal “profilo” complesso, molti emarginati, soprattutto mozambicani e tanzaniani, ma anche congolesi e somali, i quali impongono la loro prepotenza seminando terrore con decapitazioni, stupri, incendi di villaggi, rapimenti di ragazze e violenze che segnano gli animi della popolazione.

Spesso i giovani che si rifiutano di unirsi ai gruppi armati vengono decapitati. I terroristi affiliati all’organizzazione dello Stato islamico dal 2019, hanno continuato a stringere il loro cappio in questo emergente El Dorado africano, dove si concentrano molte risorse che però non portano benefici alle popolazioni: dalle miniere d’oro, di rubini e grafite, al traffico di eroina e legname, la provincia di Cabo Delgado attrae ogni tipo di interesse. Tuttavia, in quest’area regna il caos: infatti circa 700mila autoctoni sono stati costretti ad abbandonare i loro villaggi e circa 2500 civili sono stati uccisi negli ulti tre anni, rendendo drammatica la situazione umanitaria.

A differenza dell’area sub-sahariana e del Sahel, Cabo Delgado è una regione potenzialmente molto ricca, i cui porti sull’Oceano Indiano spalancano il paese al mondo, proprio questo fattore acuisce la pericolosità dell’ascesa del jihad in questa parte dell’Africa. È un compito sicuramente del governo del Mozambico quello di attuare le politiche appropriate per rispondere al malcontento locale e garantire la sicurezza delle popolazioni, soprattutto mantenendo le promesse di benessere favorite dal futuro sfruttamento del gas. Altresì, la comunità internazionale non può esimersi dal sostenere lo sviluppo del Mozambico ed operare per ostacolare la diffusione dell’estremismo islamico, soffocando le braci jihadiste sempre pronte ad incendiarsi.

Come vediamo anche in Mozambico il problema non è il Covid ma una branca dello Stato islamico, sul quale i media del pianeta non possono distogliere l’attenzione, anche perché sradicare l’info-pandemia è sicuramente più semplice che sradicare il jihadismo.