Giordania: tentato golpe e “crepe” familiari

La Giordania, uno dei più “relativamente democratici” ed equilibrati Stati del Vicino Oriente, in questi giorni sta vivendo un’ambigua situazione politica che conclama insidiose crepe nel granitico assetto governativo del Regno. Hamza Bin Hussein, ex principe ereditario e fratellastro del re Abdullah II di Giordania, ha annunciato sabato 3 aprile, di essere stato posto “agli arresti domiciliari” nel suo palazzo di Amman. L’arresto è stato motivato dall’accusa di avere ordito attività contro “la sicurezza del regno”.

Hamza è il figlio maggiore di re Ḥusayn ibn Ṭalāl, meglio conosciuto come Hussein di Giordania al potere del Regno Hascemita dal 1952 al 1999, e della moglie americana la regina Noor, nata Lisa Halaby. Hamza, secondo i desideri di suo padre (morto nel 1999), fu nominato principe ereditario quando Abdullah è diventato re; ma nel 2004 Abdullah II gli ha tolto il titolo e l’ha dato al figlio maggiore Husayn ibn ‘Abd Allah, nato nel 2004.

Ben Hussein tramite un video trasmesso alla Bbc dal suo avvocato, ha affermato che il capo di Stato maggiore dell’esercito giordano lo ha personalmente intimato di non uscire più di casa. Il principe, negando le accuse addebitategli di aver preso parte a un complotto, ha accusato le autorità del suo Paese di essere corrotti ed incompetenti. Le notizie provenienti da Ayman Safadi, vice primo ministro e ministro degli Affari esteri e confermate dall’agenzia di stampa ufficiale Petra, confermano che Bassem Awadallah, ex capo della Corte reale, insieme a Cherif Hassan bin Zaid, ex consigliere del re, e altre quindici personalità di alto rango, sono state arrestate per “motivi di sicurezza. Mentre il quotidiano statunitense Washington Post ha affermato che gli arresti sono stati eseguiti a seguito di un tentativo di golpe finalizzato a rovesciare il re Abdullah II.

Ayman Safadi ha inoltre dichiarato che i servizi segreti e di sicurezza (non solo giordani), hanno controllato a lungo i movimenti del principe Hamza bin Hussein, di Cherif Hassan bin Zaid, di Bassem Awadallah e altri. Le indagini hanno così permesso di monitorare azioni e contatti con soggetti stranieri volti a destabilizzare la sicurezza della Giordania. Washington Post ha confermato che il principe Hamza è stato soggetto ad indagini e pedinamenti, che hanno portato a scoprire, secondo l’agenzia di sicurezza del Regno, che si stava ordendo un complotto molto complesso e articolato su larga scala, con lo scopo di rovesciare il re Abdullah II.

Nella cospirazione sembra che sia coinvolto anche un altro membro della famiglia reale, oltre ad alcuni componenti della sicurezza del Paese e ad alcuni capi tribù. Risulta che nel “disinnesco” della cospirazione abbia avuto un ruolo determinate un servizio di intelligence mediorientale. Ora l’ex principe ereditario Hamza si sta adoperando, con ogni mezzo, per dichiarare la sua estraneità al complotto, lamentando l’impossibilità di esprimere critiche sul comportamento delle autorità del Regno. Ha inoltre dichiarato: “Il potere giordano pensa che i suoi interessi personali, i suoi interessi finanziari, la sua corruzione siano più importanti della vita, della dignità e del futuro dei dieci milioni di persone che vivono qui”. E ha aggiunto: “Sfortunatamente, questo Paese è sprofondato nella corruzione, nel nepotismo e nella cattiva Amministrazione, che hanno portato all’annientamento o alla perdita di speranza.

Ricordo che la Giordania è stata la seconda Nazione a riconoscere lo Stato di Israele nel 1994, dopo l’Egitto (1979), ed è convintamente sostenuta anche da due macigni della geopolitica: gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. Questi hanno immediatamente preso una posizione inequivocabile a favore del Re Abdullah II. Infatti Ned Price, portavoce del Dipartimento di Stato americano, ha fatto una dichiarazione ufficiale nella quale ha notato: “Stiamo monitorando attentamente le informazioni e siamo in contatto con i funzionari giordani. Il re Abdullah è un partner chiave degli Stati Uniti e ha il nostro pieno sostegno”. Allo stesso tempo il portavoce del Palazzo Reale saudita ha twittato “il pieno sostegno al Regno hascemita di Giordania e alle decisioni e misure prese dal re Abdullah II e dal principe ereditario Hussein per salvaguardare la sicurezza e la stabilità nel Paese”. Due indiscutibili ipoteche su ogni possibilità di rovesciamento.

Osservando i video trasmessi dai media giordani, si notano massicci movimenti di truppe e mezzi militari, e di polizia, nelle vicinanze dei palazzi del potere e nei pressi del quartiere Dabouq di Amman. Contestualmente, il generale Youssef Huneiti, capo di Stato Maggiore giordano, ha dichiarato, al fine di porre tutto nel quadro dell’osservanza della legge, che “il principe Hamza era stato chiamato a sospendere le attività che potevano essere una minaccia per la stabilità e la sicurezza del regno”. Negando il suo arresto, ha aggiunto: “Nessuno è superiore alla legge. La sicurezza e la stabilità della Giordania vengono prima di tutto”. E che “tutte le misure sono state prese nel quadro della legge e dopo un’indagine approfondita”.

Due sintetiche considerazioni ritengo utili debbano essere fatte: la prima prevede una visione globale del Vicino Oriente dove si nota che l’infelice deposizione dell’allora  presidente iracheno Saddam Hussein, ha generato quella che ho definito “la Seconda questione d’Oriente” con i suoi effetti tuttora devastanti (Isis, Libia, Siria); la seconda è il ruolo dei servizi segreti coinvolti nell’operazione “anti golpe”, i quali hanno raccomandato al re Abdullah II, di deferire tutti i soggetti compromessi davanti al Tribunale per la sicurezza di Stato, compreso il Principe aspirante golpista Hamza Bin Hussein.

Ricordo che l’11 aprile 1921 (cento anni fa), il re Abdullah, sovrano del nuovo Stato della Transgiordania, formò il suo primo governo, dopo la creazione dell’emirato nel marzo 1921; e che nonostante un tentennamento nel 2005, la Giordania ogni tanto rispolvera il patibolo.