Congo-Ruanda-Onu, una complessità spesso sconosciuta

Continuano a crescere gli interrogativi sulla morte dell’ambasciatore Luca Attanasio e del maresciallo Vittorio Iacovacci avvenuta nella Repubblica democratica del Congo (Rdc). Le domande sono: se l’ambasciatore italiano nella RDC sia stato vittima della “faccenda dei rapimenti” e perché era in viaggio nel Nord Kivu?

Secondo fonti provenienti da “notabili locali” Luca Attanasio, avendo preso confidenza con il Congo orientale, è stato talvolta considerato più umanitario che diplomatico; a Kinshasa aveva creato con la moglie un’associazione che si occupa anche di ex bambini-soldato, denominata “Mama Sofia”, ed era un visitatore abituale dell’ospedale Panzi di Bukavu. Invitato dal Programma alimentare mondiale nel Nord Kivu, ha visitato i progetti delle Nazioni Unite e, lunedì mattina, si era recato in una scuola. Arrivato venerdì a bordo di un volo Monusco, non si è presentato alle autorità locali e non ha informato la polizia del suo viaggio, contrariamente alla prassi diplomatica.

L’assenza di una scorta armata ha sorpreso l’opinione pubblica, ma le diverse Ong locali, tra cui Médecins Sans Frontières (Msf) e Médecins du Monde, preferiscono operare in questo modo ritenendo che le guide armate, che rischiano di essere i primi ad aprire il fuoco, possano rappresentare un ulteriore pericolo. Inoltre, la regione in cui è avvenuto l’attacco è stata definita “zona gialla”, dove la protezione armata non è obbligatoria. Ma chi poteva avere interesse ad attaccare il diplomatico? Risulta che nell’area Nord Kivu operino circa 120 gruppi armati, alcuni praticano regolarmente il sequestro di ostaggi. Molti notabili congolesi confermano questa “faccenda del rapimento”; la dinamica è che dopo il sequestro da parte di uomini armati, viene inviata alle famiglie una richiesta di riscatto, i canali di pagamento risultano ben consolidati e le somme richieste possono raggiungere alcune decine di migliaia di dollari.

Il pagamento del riscatto viene canalizzato tramite intermediari e consente la liberazione dell’ostaggio. Identificato da “gruppi noti” operanti nell’area come una “cattura” interessante, il diplomatico italiano sarebbe stato “seguito” a Goma dai rapitori e dai loro complici. Verosimilmente questo è il motivo per cui gli aggressori hanno prima tentato di trascinarlo a piedi nella vicina boscaglia, poi lo scambio di colpi di arma da fuoco è stato innescato dall’irruzione delle guardie del parco nazionale dei Virunga. Il carabiniere Iacovacci e l’autista congolese sono stati uccisi sul colpo mentre l’ambasciatore è stato colpito a morte. Un primo sospetto è che i ribelli Utu possano essere stati convolti, ma le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr), che spesso praticano la presa di ostaggi, hanno negato con forza il loro possibile coinvolgimento nell’attacco. Tale ipotesi è credibile, perché non sono molto presenti in questa regione che è situata a meno di 5 chilometri dal confine ruandese dove operano le forze congolesi con al loro fianco elementi dell’esercito ruandese. Questi ultimi stanno ora lavorando a stretto contatto con i loro vicini in virtù di un accordo tra i due Paesi, rinnovato pochi giorni fa dal generale ruandese Jean Bosco Kazura e François Beya, consigliere del capo di Stato in materia di sicurezza.

Due settimane fa, le operazioni congiunte sono riprese nella regione, specificatamente nei territori del Rutshuru, Masisi e Walikale, interrompendo le attività umanitarie. Gli operatori economici del Nord Kivu denunciano regolarmente le operazioni di destabilizzazione della loro regione alla vigilia dell’inaugurazione di grandi progetti turistici, a Goma o nel parco dei Virunga. Inoltre, le foto pubblicate sui social network mostrano che durante il suo ultimo fine settimana nel Nord Kivu, il diplomatico ha visitato siti minerari non ufficiali dove lavorano giovani minatori, il che avrebbe potuto portarlo a tornare, per trarre forse conclusioni inquietanti. Secondo le stesse fonti, l’ambasciatore italiano nella Repubblica democratica del Congo avrebbe avuto un’agenda per cercare e localizzare le fosse comuni disseminate nella provincia del Nord Kivu, dove sono ammucchiati i corpi delle vittime dei massacri perpetrati, in vari periodi, da svariati “raggruppamenti, congressi, movimenti di ribellione ed alleanze varie” tutti legati ad un’unica sigla che, sostengono “i locali”, potrebbero avere deciso l’operazione del 22 febbraio.

Intanto, da Kinshasa, Valentin Mubake, ex consigliere politico di Etienne Tshisekedi e leader dissidente dell’Unione per la democrazia e il progresso sociale (Udps), si è chiesto perché i 1.800 uomini della Guardia repubblicana fossero stati inviati nel Katanga e non nel “calderone” del Nord Kivu.