Trump esce di scena: più colpe che golpe

“Turn out the lights, the party’s over!” cantava nel 1967 l’incona della musica country, Willie Nelson. E finisce proprio così, in modo inglorioso e tragicomico, la rocambolesca esperienza di Donald Trump alla Casa Bianca. Una lunga cavalcata selvaggia, quella di “The Donald”, che il “Nodo di Gordio” aveva anticipato nel lontano maggio del 2016 sulle sue pagine e durante un talk show su Canale Italia ben sei mesi prima della sua inaspettata e clamorosa vittoria alle elezioni presidenziali di quattro anni fa. Cala così il sipario su una presidenza certamente divisiva, offuscata irrimediabilmente dalle grottesche immagini di improbabili personaggi da fumetto che bivaccano nell’aula del Senato. Uno sfregio alle istituzioni americane ed un pessimo servizio alla credibilità internazionale degli Usa. Ma anche la paradossale cancellazione consumatasi in poche ore dei successi dell’Amministrazione Trump in campo economico e diplomatico. Dall’insistenza sull’America first all’appello agli “Animal spirits” di keynesiana memoria, The Donald ha indubbiamente dato un impulso decisivo al rilancio del tessuto imprenditoriale americano, alla crescita economica e all’aumento dell’occupazione come non si vedeva da decenni. Una riforma fiscale con vigorosi tagli alle tasse per aziende e famiglie e una corsa inarrestabile di Wall Street sono altri traguardi che avrebbe potuto continuare a rivendicare.

Così come in politica estera non sono mancate sorprese positive. Un presidente che, al di là delle dichiarazioni belligeranti con continui tiri alla fune e di qualche operazione di intelligence, ha evitato lo scontro diretto con la Corea del Nord di Kim Jong-un, con l’Iran degli ayatollah, ha ridotto le possibili tensioni militari con la Cina relegandole ad una contesa commerciale sui dazi doganali ed ha concluso positivamente le trattative per la normalizzazione dei rapporti tra Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco. Senza considerare che, con i suoi 74 milioni di voti, Trump è riuscito nel difficile compito di portare alle urne milioni di cittadini statunitensi che non hanno mai partecipato alle elezioni e dei quali le frange più estreme rappresentano una sparuta, ancorché accesa, minoranza. Una mobilitazione di massa a suon di tweet che ha finito per ravvivare anche l’apatico Partito Democratico di Joe Biden. E invece, nella lunga giornata della manifestazione a Capitol Hill, abbiamo letto ed ascoltato una pletora di opinionisti che, sui mezzi di comunicazione mainstream, gridavano al golpe. Una narrazione che ha richiamato addirittura il colpo di Stato del ‘73 a Santiago del Cile per rovesciare il presidente Salvador Allende. Ma un golpe è una cosa seria e necessita della partecipazione dell’esercito, dell’aeronautica e della connivenza di numerosi apparati dello Stato. Niente di assolutamente paragonabile alle immagini dei variopinti partecipanti alla protesa di Washington, sfociata nel maldestro assalto al Campidoglio e finito in tragedia con cinque vittime sul terreno. Semmai c’è da interrogarsi sulla fragilità delle istituzioni americane e sul farraginoso sistema di sicurezza messo in campo in questa occasione che mette in discussione l’immagine titanica dell’intangibilità del cuore istituzionale della democrazia a stelle e strisce.

Sullo sfondo, un malessere diffuso che serpeggia in molti Stati federali e di cui Trump nel bene e nel male si è fatto portavoce quando non più platealmente un agit-prop. C’è infatti un’America profonda che, a modo suo, l’egocentrico inquilino della Casa Bianca ha incarnato e guidato facendosi influenzare spesso, ma non sempre, dai suoi sbalzi umorali. È un’America lacerata ma dinamica che non si sente rappresentata dalle élite dei partiti tradizionali e a cui Trump, anche maldestramente, ha dato voce. Un’America in preda a numerose contraddizioni che covavano sotto la cenere e che solo negli ultimi anni si sono palesate vigorosamente generando nel Paese una crescente inquietudine. Un’inquietudine con cui gli Stati Uniti ed il resto del mondo dovranno fare i conti per molto tempo ancora.

(*) Tratto da Il Nodo di Gordio