Niger: crociati ed apostati nel mirino dell’Isis

Da mesi i media mondiali stanno dedicando attenzione alla ormai psico-pandemia da Covid, quasi ignorando le questioni legate al jihadismo che evidentemente sono diventate oggetto di secondario interesse. Lo Stato islamico, versione centro-africana (Stato islamico del Grande Sahara, Isgs), ha esigenze mediatiche fondamentali per la propria esistenza e grazie alle efferate azioni terroristiche, pubblicizzate tramite i propri canali di comunicazione e dai media mondiali, ha potuto attrarre ogni tipo di attenzione, sia da parte di vari Governi, che di vari gruppi terroristici e non, più o meno organizzati e con interessi trasversali. In questi ultimi tempi il “Jihad” ha dovuto subire una battuta di arresto a livello “pubblicitario”, come se il terrorismo jihadista fosse morto, non diminuendo, tuttavia, le sue azioni violente, le incursioni, i sequestri, le centinaia di uccisioni, gli stupri, compiuti senza sorta di interruzione, ma con scarsa attenzione dei media, troppo assorbiti dal “business” Coronavirus.

La rivendicazione da parte dello Stato islamico dell’omicidio di sei operatori umanitari francesi, con età compresa tra 25 e 31 anni, dell’autista e del presidente dell’Associazione delle guide della riserva di Kouré, Kadri Abdou, ambedue nigerini, è avvenuta dopo oltre un mese dalla strage. Infatti il drammatico evento è accaduto il nove agosto mentre gli “operatori umanitari” erano in visita alla riserva delle giraffe di Kouré, a sud-est della capitale del Niger, Niamey. Tale ritardo nella rivendicazione può essere spiegato in più modi, comunque fa intuire la necessità del jihadismo africano di tornare a tutti i costi alla ribalta dell’attenzione mondiale, anche sfruttando azioni criminali non dettate da piani terroristici di stampo jihadista ma da delinquenza comune. Gli attentatori, probabilmente “lupi semi-solitari, armati ed equipaggiati con semplici motociclette non tattiche, hanno attaccato il convoglio non lasciando alcuna possibilità di salvezza alle loro vittime, prive di scorta armata e a bordo di un Land Cruiser dell’organizzazione umanitaria francese Acted. Il giorno dopo la Procura nazionale antiterrorismo francese (Pnat) ha annunciato l’apertura di un’indagine valutata, come hanno comunicato: “sui capi di accusa per omicidio in relazione ad un’impresa terroristica di un’associazione criminale terroristica”; il caso è stato poi affidato alla Direzione generale della sicurezza interna (Dgsi) e alla Sottodirezione antiterrorismo (Sdat).

Le immagini del sopralluogo mostrarono la Toyota crivellata da fori di proiettili sparati a breve distanza. Dall’indagine è risultato anche che coloro che sono scampati a questo primo attacco, sono stati uccisi in un secondo momento; secondo una testimonianza del posto, una donna che era sfuggita è stata poi catturata e massacrata; alcuni sono stati colpiti alla testa ed i loro corpi abbandonati vicino al veicolo, che è stato poi dato alle fiamme. Varie le responsabilità di tale incidente, la prima, come indica una fonte locale, è quella degli organismi responsabili della valutazione del rischio di sfollamento in Niger, che avrebbe dovuto obbligare gli escursionisti ad intraprendere la visita tra le dieci e le tredici, in modo che le forze combinate del Mali e della Francia sarebbero potute intervenire in tempi rapidi e comunque prima del crepuscolo.

Tale massacro come detto avvenuto il 9 agosto, aveva sconvolto Francia e Niger, ma fino a pochi giorni fa non era stato imputato all’organizzazione dello Stato islamico, che invece ha rivendicato la strage giovedì 17 settembre, tramite il suo organo di propaganda Al-Naba che ha dedicato una pagina a tale azione e che ha esaltato la carneficina come l’uccisione di sei “crociati” francesi e due “apostati” nigerini. Tale attribuzione di responsabilità è stata autenticata da più fonti, tra cui l’organo americano Site, specializzato nel monitoraggio di gruppi jihadisti. Tuttavia non sono stati dati dettagli circa la rivendicazione, ma sono state diffuse due foto molto eloquenti. Ancora adesso e secondo informazioni date all’Agence France-Presse (Afp), in forma anonima, questa pubblicazione non consente in alcun modo di stabilire se l’operazione sia stata preparata con cura o se il destino delle otto vittime sia stato deciso al momento del loro contatto con i banditi. È anche impossibile sapere se la rivendicazione sia puramente opportunistica o se gli assassini abbiano giurato fedeltà allo Stato islamico prima o dopo il 9 agosto.

Resta il fatto, purtroppo consueto, che operatori umanitari, in questo caso della ong Acted, inviati in Niger per aiutare le popolazioni in difficoltà, siano stati vittime di non ben identificati gruppi di terroristi che anche se non appartenetti a fazioni jihadiste dello Stato islamico, contribuiscono a rendere l’area saheliana assolutamente instabile ed insicura. Inoltre la regione dei tre confini, Mali, Burkina Faso e Niger, è al centro di una vasta area percorsa da gruppi jihadisti che affermano di appartenere allo Stato islamico del Grande Sahara (Isgs o Isisi africano) o al suo rivale Al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim), e dove sono schierati alcune migliaia di soldati francesi della forza antiterroristica “Barkhane” e del G5 Sahel (Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad). Tali forze hanno intensificato le proprie offensive, in particolare nell’area dei “tre confini” rivendicando la morte, a giugno, dell’emiro di Al-Qaeda nel Maghreb islamico, l’algerino Abdelmalek Droukdal. Quello che si evince da tale situazione, dimostra che pur di riscuotere notorietà ed attenzione mediatica, ai quali sono legati flussi di denaro e molti “affari”, gruppi estremisti islamici e delinquenza comune, perpetrano i loro delitti esaltandoli come morte ai crociati e agli apostati, trascinando drammaticamente le azioni terroristiche e le persecuzioni verso l’ambito religioso e quindi verso quella popolazione autoctona e non legata comunque al Cristianesimo.