Trump sta facendo la storia, anche se i soliti noti provano a far finta di nulla

Recentemente, e in un lasso di tempo piuttosto breve, Donald Trump ha, per così dire, portato a casa una serie di risultati che non è esagerato considerare d’importanza cruciale e storica. Ebbene sì, proprio colui che è sembrato, all’inizio della propria carriera politica, come un personaggio troppo controverso ed eccentrico per guidare gli Stati Uniti, “unfit” come si dice oltreoceano, oltreché incapace di sconfiggere una veterana del sistema del calibro di Hillary Clinton, ha raggiunto determinati traguardi di portata storica, ritenuti quasi impossibili da conquistare solo fino a qualche tempo fa, che non solo rimarranno nella memoria collettiva, ma andranno a modificare le dinamiche politiche internazionali. In un mondo ancora concentrato perlopiù sulla pandemia, il presidente americano ha dimostrato che si può continuare a vivere, che è possibile fare altro e farlo bene, anche in presenza del Covid-19.

Il così battezzato Accordo di Abramo, siglato alla Casa Bianca da Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrain, e spinto naturalmente da Trump, non solo permetterà l’avvio di nuove relazioni e di una vera e propria distensione fra lo Stato ebraico e le due monarchie del Golfo, bensì ridisegnerà numerosi equilibri dell’area mediorientale. Altri attori della regione potrebbero aggiungersi ad Abu Dhabi e Manama con il medesimo obiettivo di una svolta profonda nei rapporti con Israele, e non è da escludere neppure un avvicinamento da parte dell’Arabia Saudita, che già non si è rivelata ostile all’Accordo di Abramo del 15 settembre scorso. Le monarchie sunnite del Golfo, già sostanzialmente vicine, pur con qualche contraddizione, all’Occidente, in particolare agli Usa per diverse ragioni, supererebbero così un importante ostacolo che le separa dalle democrazie occidentali, ovvero la questione dell’esistenza e del diritto alla sicurezza dello Stato d’Israele. L’Accordo di Abramo isola tutti coloro i quali non aspirano di fatto ad una vera pace in Medio Oriente, dall’Iran degli ayatollah ai terroristi di Hezbollah e Hamas, e passando per l’ambiguo ed inconcludente Abu Mazen, al quale tutto sommato conviene lo status quo per ragioni anche economiche, vista la corruzione e considerato il facile arricchimento da parte delle dirigenze dell’Anp e del partito Al-Fatah.

Da Teheran a Ramallah e Gaza è tutto un coro che all’unisono accusa di tradimento quegli arabi che intendono normalizzare le relazioni con Israele, e non mancheranno nuove minacce ed episodi di violenza, ma il clima generato dall’accordo voluto da Trump indebolisce chi persegue la distruzione dello Stato ebraico. Ma l’attivismo trumpiano delle ultime settimane ha prodotto effetti incoraggianti anche nel Vecchio Continente. Quasi contemporaneamente all’annuncio della svolta da parte degli Emirati e del Bahrain, Serbia e Kosovo hanno reso pubblica la decisione di aprire le loro rispettive ambasciate a Gerusalemme, e con questo di dare inizio ad un rapporto diverso e migliore con Israele.

Anche in questo caso non si tratta di un cambiamento banale e trascurabile perché la Serbia, com’è noto, si è sempre trovata soprattutto nell’orbita russa ed è un bene che Belgrado accetti anche qualche suggerimento proveniente da Washington, mentre il Kosovo, com’è altrettanto risaputo, è un Paese a maggioranza musulmana. L’informazione, in particolare quella in mano ai detrattori del presidente americano, attivi in America come in Europa, non ha volutamente attribuito un valore storico a questi importanti cambiamenti promossi da Donald Trump, perché l’ordine di scuderia è quello di sminuire o criticare a priori questo leader politicamente scorretto, ma, nonostante la faziosità liberal e radical-chic, l’America trumpiana ha già fatto e sta facendo la Storia. La candidatura per il Premio Nobel per la pace, proposta per il tycoon, appare sempre meno come una boutade estemporanea.