Per la sicurezza mondiale bisogna sperare nella riconferma di Trump

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sempre avuto contro buona parte dell’informazione, in America e non solo, ed oggi non pare addirittura vero a taluni cronisti partigiani di poter parlare dello svantaggio nei confronti dello sfidante democratico Joe Biden, con cui Trump si trova a dover a che fare in vista delle presidenziali del prossimo novembre. I punti in meno del presidente uscente vengono segnalati da più istituti di ricerca, ma consigliamo prudenza a chi spera, dopo essere rimasto deluso dall’impeachment sfumato e dalle tanto oscure quanto inutili manovre dell’America liberal, che il Covid-19 sotterri politicamente il tycoon.

Anzitutto non si comprende perché l’aumento dei contagi negli Usa debba essere responsabilità esclusiva di Trump, mentre il balzo dell’epidemia in altri Paesi, come, per esempio, la Spagna di Pedro Sánchez, non comporti alcun processo politico a carico di chi governa. Inoltre, l’economia americana, pur subendo inevitabilmente delle conseguenze a causa del virus, sta andando meno peggio di quanto si pensava qualche mese fa, e se le elezioni si giocheranno anche sul terreno dell’economia, come è successo in tante presidenziali del passato, non è affatto scontato che Trump esca con le ossa rotte. Si può ripresentare l’ennesima illusione dei democratici d’oltreoceano, sui quali confidano anche tanti commentatori radical chic del Vecchio Continente.

Chissà, avranno imparato la lezione della non-vittoria di Hillary Clinton, oppure della riconferma di tanti anni fa di George W. Bush, sul quale nessuno era pronto a scommettere? Quella americana è una democrazia viva e funzionante, e ciò che verrà sancito a novembre dovrà essere rispettato in ogni caso, ma è bene auspicare altri quattro anni di Donald Trump, non soltanto per le dinamiche interne degli Stati Uniti, bensì anche per il resto del mondo, considerato il ruolo globale della potenza a stelle e strisce. Il tycoon dalla chioma discutibile si presentò nel 2016 come una figura politica dirompente, politicamente scorretta, atipica di fronte al conservatorismo tradizionale del Partito repubblicano, e generando infatti comprensibili dubbi in numerosi conservatori-liberali. È rimasto in parte uguale, con i suoi tweet infuocati dei quali però a volte si pente, per sua stessa ammissione, ma nel corso del suo primo mandato ha saputo tenere la barra dritta, evitando in primo luogo quell’isolazionismo sbandierato in campagna elettorale, e poi rimediando ai pasticci lasciati da Barack Obama per quanto riguarda l’Iran degli ayatollah e Israele.

Ha compreso come il potere della Cina debba passare attraverso un ridimensionamento e un contenimento responsabile, e proprio oggi, nel 2020, serve come il pane un presidente Usa non arrendevole o compiacente dinanzi al regime di Pechino. Tutto il mondo è diventato prigioniero di un maledetto virus nato in una provincia della Repubblica popolare cinese, (questo è un fatto e non c’entrano davvero eventuali pregiudizi ideologici), quindi, in particolare dall’anno prossimo in avanti, occorrerà pressare sempre di più la Cina circa le colpe e le omissioni criminali del regime comunista.

Questo sforzo non potrà concretizzarsi con la presenza alla Casa Bianca di una figura grigia. Se nel recente passato a Pechino sono parsi maggiormente interessati al business con l’Occidente, e propensi a stemperare le tensioni politico-militari, oggi assistiamo invece alla recrudescenza di una forma molto pericolosa di neoimperialismo, che si manifesta con l’illegale assedio sull’autonomia di Hong Kong ed anche, per esempio, con le periodiche minacce nei confronti di Taiwan. Joe Biden, se diventasse presidente, non potrebbe e forse non vorrebbe nemmeno contenere le ambizioni del Dragone, e garantire la sicurezza del mondo libero, perché, molto semplicemente, dietro al suo viso rassicurante c’è il prosieguo delle politiche di Barack Obama, caratterizzate dalla docilità verso i nemici delle democrazie occidentali e dalla supponenza con gli alleati storici come lo Stato d’Israele.