Libia: cronaca della diserzione italiana

Fabio Marco Fabbri conclude il suo articolo dedicato alle recenti vicende libiche, dal titolo “Libia: conclamata la morte celebrale della Nato” apparso ieri su “L’Opinione”, scrivendo: Il “...vertice (indetto lo scorso martedì dalla Lega Araba su istanza dell’Egitto, ndr) si è concluso male con una affermazione, quella del rappresentante di Tripoli, che conferma il netto asservimento ad Ankara, facendo immaginare che l’influenza della Turchia sulla Tripolitania è assoluta, e che senza il sostegno di Ankara forse la questione libica avrebbe preso la strada tracciata da Haftar”.

La riflessione finale di Fabbri conduce a un’ovvia domanda: chi ha consentito che la Turchia mettesse piede in Tripolitania, intervenendo nel confronto armato col pretesto di correre in aiuto dei fratelli musulmani minacciati dal burattino di Parigi, di Mosca, e de Il Cairo, Khalifa Haftar? Risposta secca: il Governo italiano. Quel miscuglio di inanità, ignavia, incapacità ad assumere scelte di politica estera degne di una potenza industriale qual è l’Italia, contaminato dal virus del terzomondismo pseudopacifista di cui la sinistra in tutte le sue declinazioni partitiche detiene il copyright, è stato causa esiziale del ruolo del nostro Paese nel contesto libico.

L’Italia è stata storico punto di riferimento di tutti i governi che si sono succeduti al potere nella ex-colonia dalla fine del Secondo conflitto mondiale, anche della sanguinaria dittatura di Muammar Gheddafi. Oggi non lo siamo più, nonostante siano ancora molti gli interessi geostrategici che richiederebbero la presenza italiana nella partita libica. Quando la crisi è cominciata a precipitare con la decisione di Khalifa Haftar di lasciare alle armi la soluzione della disputa con il Governo internazionalmente riconosciuto di Fayez al-Sarraj, Palazzo Chigi e la Farnesina hanno finto di non comprendere che il tempo delle parole fosse tramontato e che l’unico linguaggio condiviso dai contendenti sarebbe stato quello delle armi. C’era stato chiesto più volte, anche dalla Casa Bianca, di assumere la guida di una missione militare d’interposizione tra le parti in conflitto, ma chi ci governa ha fatto orecchie da mercante preferendo trastullarsi con inconcludenti conferenze di pace i cui esiti sono stati ignorati dai diretti interessati. Al-Sarraj non sarà uno stinco di santo ma lui e il suo governo avevano fatto affidamento sul nostro Paese per non essere fagocitati dal grumo di forze che si era radunato dietro la figura spauracchio di Khalifa Haftar. Il leader tripolino ha chiesto aiuto concreto e Roma si è limitata a dargli una pacca sulla spalla. Era inevitabile che Sarraj finisse tra le braccia del primo despota disposto a sacrificare uomini, risorse finanziarie e mezzi di difesa per giocare una scommessa che, se vinta, avrebbe reso mille volte la posta.

Il leader turco Recep Tayyip Erdoğan ha fatto il suo mestiere di protagonista dello scacchiere mediterraneo trovandosi al posto giusto nel momento giusto; è il Governo italiano che non ha fatto il suo, rendendosi scandalosamente latinante nel momento delle scelte decisive. Peggio, ha insistito nella mossa suicida di chiedere ai padroni dell’Unione europea di togliergli le castagne dal fuoco. Cosa che l’Ue non avrebbe mai potuto fare, anche se avesse voluto: da quando Bruxelles ha una politica estera e di difesa unitaria? Roma si è lasciata intimidire dal piccolo Napoleone, Emmanuel Macron, che ha fatto la voce grossa con l’Italia ma che, sul campo, con l’appoggio sfacciato al burattino della Cirenaica le sta prendendo di santa ragione. Basta leggere il resoconto di Fabbri nella parte che riferisce del colloquio tra il presente francese e il suo omologo tunisino per riscontrare che trattasi dello sfogo di un politico battuto.

Palazzo Chigi e la Farnesina non hanno scusanti. Se mai un giorno si dovesse celebrare un simbolico processo per i danni procurati all’Italia dai governi della sinistra, a cominciare dal Conte-bis che è rosso come quelli che l’hanno preceduto dal 2011, la perdita d’influenza sullo scenario libico dovrebbe occupare il primo capo d’imputazione. E non è che non vi siano ancora in essere interessi italiani in Libia. Di là dalla questione del contrasto ai flussi migratori di clandestini, è in gioco la presenza di Eni che è l’unica compagnia europea ad avere un contratto per la distribuzione energetica nel Paese in compartecipazione con la compagnia petrolifera libica Noc. In Libia, prima che la situazione precipitasse, vi erano imprese italiane impegnate nella ricostruzione. Ora che il leader turco si prepara a sedere da vincitore ai negoziati di pace, cosa pensate accadrà dei rapporti commerciali con le aziende italiane? E dello sfruttamento del petrolio e del gas di cui il Paese è ricco? Erdoğan ha dichiarato ufficialmente che sarà cura della Turchia occuparsi della gestione delle ricchezze del sottosuolo libico. Eppure Roma l’occasione di riprendersi la scena con un intervento forte l’ha avuta non più tardi di un mese fa, quando le truppe di Haftar hanno lanciato missili caduti a pochi metri dalla nostra ambasciata a Tripoli. Era il momento giusto per una reazione che ci avrebbe riportato in gioco, invece tutto è passato sotto silenzio; Palazzo Chigi e Farnesina non hanno mosso un sopracciglio. In compenso, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si è recato ieri l’altro a Tripoli in visita al premier Sarraj. Un gesto propagandistico per rappresentare un’ipotesi che non ha fondamento di realtà: la fine dei combattimenti su richiesta dell’Italia. Ma in che mondo vive Di Maio? Grande enfasi è stata accordata all’annuncio del premier di Tripoli di acconsentire a una revisione del “Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere” del 2017. Di Maio esulta perché il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli avrebbe accolto alcune modifiche proposte dall’Italia. Come si può essere tanto ingenui? Più realisticamente, si è in malafede nel credere che quell’accordo serva a qualcosa dal momento che la mano sul rubinetto che regola i flussi migratori illegali dal Paese nordafricano verso l’Italia non è più libica ma turca. A questo punto che speranze ci sono per l’Italia di rientrare in partita?

A leggere l’analisi di Marta Dassù, che di scenari geopolitici se ne intende, su “la Repubblica” del 23 giugno scorso, qualche possibilità sussisterebbe e sarebbe legata alla circostanza che uno status quo non si sarebbe ancora cristallizzato con il consolidamento della presenza nella partita dei molti attori esteri. Da questo punto di vista, l’Italia potrebbe beneficiare di un relativo vantaggio dovuto alla storica presenza della diplomazia e dell’Intelligence nostrane nell’ex-colonia. La peculiare caratteristica dello Stato libico di reggersi sulle dinamiche, spesso confliggenti, di un rilevante numero di tribù strutturate in autonome organizzazioni di potere locale rende la scena simile a un puzzle di ardua composizione. E ciò per i players stranieri in lotta per l’egemonia potrebbe essere un grosso handicap. Speriamo che qualcuno dalle parti del Governo abbia avuto il tempo di leggere l’articolo della Dassù, se non troppo preso a scrivere inutili provvedimenti di legge.