Forze Usa in Siria e Diritto internazionale

Più che stupirsi delle dichiarazioni di Donald Trump di ritirare le proprie truppe dal nord della Siria, bisognerebbe chiedersi perché tali truppe possano stazionare in quel territorio.

Tutte le azioni intraprese dalla Comunità internazionale a partire dal 2015 per contrastare il fenomeno dell’Isis poi denominato Is (Islamic State) o Daesh sono state coordinate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In tale contesto sono state costituite due coalizioni, una a guida statunitense, di cui fa parte anche l’Italia, chiamata Cjtf-Oir (Combined Joint Task Force-Operation Inherent Resolve), sul territorio iracheno e un’altra a guida russa sul territorio siriano.

In particolare con la risoluzione 2249 del 2015, il Consiglio di Sicurezza nel condannare i crimini posti in atto dall’Is faceva appello agli Stati membri affinché adottassero tutte le misure necessarie, in linea con il diritto internazionale, sui territori sotto il contro dello Stato islamico in Iraq e in Siria.

Una risoluzione alquanto generica in quanto il diritto internazionale non disponeva di norme giuridiche idonee a regolare l’utilizzo dello strumento dell’azione militare contro un’entità, l’Is, che utilizzava metodi tipici delle formazioni terroristiche ma che aveva occupato un territorio, realizzandovi un’entità con proprie strutture istituzionali. Legittimò tuttavia l’uso della forza armata contro la neo costituita entità non statale facendolo rientrare nel contesto in cui gli Stati intraprendono interventi secondo i tradizionali presupposti: dietro consenso dello Stato di residenza/territoriale (quando uno Stato è attaccato può chiedere l’aiuto di un altro Paese consentendone l’invio di forze militari sul proprio territorio), sotto l’ombrello di un mandato emesso dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o in legittima difesa individuale o collettiva, quest’ultima sancita dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.

L’intervento delle truppe militari delle due coalizioni statunitense e russo, nei territori iracheno e siriano, si è concretizzato grazie all’assenso dei due Stati in cui si era verificato il fenomeno: l’Iraq aveva richiesto il supporto militare attraverso una nota diplomatica inviata alle Nazioni Unite, mentre la Siria l’aveva indirizzata alla Russia. In questo caso qualche dubbio è stato espresso relativo al diritto del governo siriano, capeggiato dal presidente Assad, che spesso ha violato i diritti umani durante la guerra civile, di emettere una valida richiesta per l’intervento ma la comunità internazionale ha poi accettato tale diritto. La richiesta delle autorità governative irachene è stata invocata anche dalla Turchia per giustificare le incursioni di proprie truppe nel nord dell’Iraq che avevano anche lo scopo di colpire il Pkk, il partito dei lavoratori curdi, tracimando così i limiti della missione.

La presenza di forze militari statunitensi nel territorio siriano è stata invece giustificata dall’istituto della legittima difesa individuale e collettiva, in questo caso non molto persuasivo perché, anche se si può condividere che gli atti bellici di entità non statali possono essere paragonati a veri e propri attacchi armati, gli Stati membri della coalizione Cjtf-Oir non possono oggi reclamare di essere stati vittime di un attacco armato lanciato dall’Is che, peraltro, dopo la caduta della città di Raqqa, ha perso la territorialità.

Il rappresentante diplomatico della Siria all’Onu ha, infatti, recentemente richiesto il ritiro dal proprio territorio sovrano di tutte le truppe non espressamente richieste dal proprio governo, come quelle statunitensi. Bene ha fatto, pertanto, Trump, sotto la cui presidenza è bene sottolineare che non sono sorti nuovi conflitti nel mondo, a ripristinare la legittimità internazionale e a dichiarare il ritiro delle forze dalla Siria. Tale dichiarazione purtroppo è stata utilizzata quale sillogismo per liceizzare un intervento della Turchia contro i curdi in Siria che allo stato attuale altro non potrebbe essere considerata che un’aggressione contro uno Stato sovrano sul cui avallo statunitense si dovrebbero nutrire seri dubbi.