Trump, la concretezza al potere

Logica vuole, come ha scritto Richelieu nel suo testamento politico, che la cosa che deve essere sostenuta e la forza che deve sostenerla siano in reciproca proporzione geometrica.

Fin la dalla sua elezione, il presidente americano Donald Trump ha utilizzato righello e compasso e con un approccio tutto matematico ha costruito la sua politica interna e internazionale. Ogni governo americano ha una sua dottrina di politica estera e una visione di politica nazionale. Il multilateralismo di Barack Obama è archeologia politica. America first è una rivoluzione geopolitica. Una rivoluzione o meglio una controrivoluzione. Una sfida monumentale.

Trump recupera il gusto della “nuova frontiera”, rispolvera il sogno americano, rassicura il Paese sulla forza dei sentimenti più intimi: patriottismo, capitalismo, ottimismo e individualismo. Dei sei principi conservatori di Edmund Burke, sospettare dei poteri dello Stato, preferire la libertà all’eguaglianza, promuovere un patriottismo anche eccessivo, rispettare le gerarchie e le istituzioni dell’establishment, applicare un pragmatismo pessimistico come lezione dal passato, favorire l’elitismo, Trump sceglie i primi tre e respinge gli altri.

In discontinuità con tutti i presidenti americani con l’eccezione di Nixon, Reagan e Bush figlio, Trump ritiene che non vi sia una convergenza tra gli interessi statunitensi ed il resto del mondo. Dal suo insediamento, il presidente ha collezionato diversi successi nel campo internazionale. I fatti sembrano dargli ragione.

Ha portato al tavolo dei negoziati la Corea del Nord, dopo scambi di dichiarazioni muscolari, ha creato di fatto un’alleanza “silenziosa” tra Israele e le monarchie del Golfo, ha determinato la revisione dei Trattati Nato, 800 miliardi di dollari per nostri alleati sono troppi ha sostenuto Trump, e in ultimo si è detto pronto a stracciare gli accordi di libero scambio con Canada e Messico se non ci saranno condizioni migliori.

Quanto al ritiro dall’Afghanistan, questa è stata una mossa obbligata. Una guerra iniziata nel 2001 e considerata la più costosa dalla Seconda guerra mondiale: 1000 miliardi di dollari per un conflitto che ha causato la morte di 2mila soldati americani ed il ferimento di altri 20mila.

Nei rapporti con il Vecchio Continente il grande problema per la politica estera americana è costituito dal fatto che ancora oggi, come disse una volta Kissinger, l’Europa non ha un numero di telefono. La tabella di marcia statunitense improntata al sovranismo più puro non si ferma. E l’America gli crede, supportata dai risultati economici conseguiti.

Gli Stati Uniti, già forti anche per la propria indipendenza energetica, petrolio e gas, hanno un’economia che vola. La crescita è costante così come la sua espansione, la disoccupazione in calo è al 3,6 per cento, il taglio dei tassi della Fed dà ulteriore spinta alla nazione, il Prodotto interno lordo è cresciuto del 25 per cento. La politica è conoscenza, ma condurla è un’arte.

Donald Trump, partito svantaggiato per un approccio mediatico incerto e un modo di interloquire non sempre anglosassone, sta collezionando un successo dietro l’altro. Per lui non ha importanza il mezzo, è importante la destinazione. Non vuole viaggiare comodo, vuole solo arrivare lontano. E il Paese ora comincia a credergli.