I limiti del G5 Sahel contro il terrorismo

Dal 24 al 26 agosto si è svolto a Biarritz, in Francia, il vertice dei G7; i temi trattati sono stati di valenza ovviamente globale, avendo affrontato varie problematiche mondiali. Oltre alla difesa dell’”Ordine fondato su regole”, alla base di una governance globale, si è dissertato del clima, dell’Amazzonia, dell’Iran, del commercio globale, delle disuguaglianze e, anche, dell’argomento che ritengo tra i più critici: la “questione africana” legata alla diffusione del terrorismo di impronta jihadista nel Sahel.

Il vertice del G7 è stato presieduto dal presidente Donald Tusk in rappresentanza dell’Ue, mentre il Capo dello Stato del Burkina Faso, Roch Marc Christian Kaboré (cattolico praticante), rappresentava il G5 Sahel. Emmanuel Macron ha definito il G5 Sahel “un’organizzazione non con soluzioni miracolose”, ma utile a “contenere l’espansione del fenomeno terroristico nel Sahel”; un’ottima connessione tra Stati africani e punto di riferimento per le organizzazioni internazionali. Il G5 Sahel è un’unione di collaborazione e sviluppo militare che riunisce, sotto un unico scopo, il Niger, la Mauritania, il Ciad, il Burkina Faso ed il Mali; non rappresenta nessun blocco politico, ma solo una “necessità sociologico-militare” a scopo “difensivo” e con l’idea di rafforzare un “piano di stabilità” regionale.

Roch Marc Christian Kaboré ha portato al G7 l’ipotesi di progetto di una nuova “organizzazione di controllo territoriale”, manifestando, tuttavia, una profonda preoccupazione e le enormi difficoltà ad affrontare i “mali” radicati che attanagliano queste aree africane, dove quotidianamente si contano vittime di guerriglie etniche, attentati e stragi di matrice religiosa. Va ricordato che i Paesi dell’Africa occidentale, in particolare in questi ultimi cinque anni, sono stati trascinati in una spirale di violenza, causata dalle attività terroristiche di una decina di gruppi “paramilitari” jihadisti, alcuni di questi affiliati ad al-Qaida e altri legati all’ex Stato islamico. Fonti dell’Afp (Agence France-Presse) affermano che dal 2015 gli attentati con “bandiera” jihadista si sono incrementati e hanno assunto atteggiamenti sempre più violenti e mortali, soprattutto nel nord e nell’est del Sahel, dove contare centinaia di morti è prassi.

I moti legati ad al-Qaida stanno bruciando il centro del Mali, varie organizzazioni jihadiste si scontrano con gruppi di autodifesa composti su basi etniche e comunitarie. Il bacino del Lago Ciad, il Burkina Faso ed il Niger sono colpiti da “metastasi jihadiste” difficilmente inquadrabili geograficamente. La tendenza di questa pericolosa “contaminazione” scorre drammaticamente e pericolosamente verso i Paesi dell’Africa occidentale, come Togo, Benin, Costa d’Avorio, Ghana, vicini al Golfo della Guinea, che fino ad ora, grazie ad una serie di congiunture politiche, sono stati moderatamente risparmiati Le modalità violente, di questi gruppi di jihadisti, praticate in una società tendenzialmente “disordinata” e poco organizzata, hanno l’effetto drammatico di assoldare con estrema facilità e velocità i neo miliziani, creando delle “scuole” di “Jihadismo terroristico” che istruiscono giovanissimi combattenti ad “operare” nell’assoluta consapevolezza che il “massacro” è la “giusta regola”.

La più grande difficoltà del “braccio armato” del G5 si nota soprattutto nell’ambito della strutturazione logistico-militare; infatti le compagini militari unite (Burkinabé ecc.) sono scarsamente equipaggiate e poco addestrate e tendenzialmente incapaci di frenare gli attacchi dei gruppi jihadisti, che dilatano la loro influenza in aree geografiche inter-statali sempre più vaste. Secondo una informazione proveniente da fonte militare francese data all’Afp, a maggio sono stati arruolati, tra le fila dei “miliziani del Jihad”, diverse centinaia di ribelli “generici” raccolti nell’area del Sahel; la forza militare multinazionale, G5, non è stata in grado di impedirne il reclutamento.

Al vertice G7 di Biarritz è stata inoltre annunciata la nascita di un “Partenariato per la sicurezza e la stabilità per il Sahel”, basato anche sulle indicazioni del rappresentate del G5; l’obiettivo è quello di frenare e controllare il dilagare della “contaminazione” jihadista, in una più ampia area dell’occidente africano. I contenuti di questo “PSS” (Partenariato Sicurezza Stabilità) saranno dettagliati da Emmanuel Macron e Angela Merkel durante un incontro franco-tedesco prima della fine dell’anno. Tale incontro sarà preceduto da un vertice dell’Ecowas (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale) che si terrà a metà settembre a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, dove sarà programmata la creazione di una coalizione militare allargata (coordinata con il PSS), che includa, oltre che gli Stati aderenti al G5, anche Stati limitrofi “contagiati” o a rischio terrorismo jihadista. Questi incontri di vertice, hanno lo scopo di riunire i Paesi della regione ma soprattutto i loro partner internazionali e di individuare le esigenze, in termini di sicurezza e ottimizzare l’efficacia degli sforzi, sia per la difesa che per la sicurezza interna, migliorando principalmente il coordinamento internazionale; la profonda riforma del “sistema” di sicurezza internazionale sarà possibile solo con il rafforzamento delle forze medesime. È previsto che questa “opera di difesa coordinata”, sarà basata sull’idea che azioni di progresso a lungo termine e misure di sicurezza efficaci, siano necessari per la soluzione all’instabilità nella regione.

In ultima analisi, a Biarritz si è evidenziato che mai l’area del Sahel potrà essere “depurata” dal terrorismo se prima non si provvederà alla “pacificazione” della Libia che, come sappiamo, nelle ampie aree marginali desertiche e non solo, “alleva e partorisce” un jihadismo organizzato, non solo dal punto di vista terroristico, ma anche dal punto di vista economico e commerciale, il quale produce effetti globali più significativi e devastanti, propedeutici, comunque, all’azione violenta; considerando, inoltre, che nella galassia dei movimenti jihadisti dell’area ex Jamahiriya (la Libia su interpretazione gheddafiana) ha assunto il ruolo di un hub per i terroristi islamici del vicino Sahel e degli stati confinanti.