Siria, Iran, Libano e Israele: una crisi irreversibile?

La fine del regime iracheno, iniziata il 2 agosto 1990, quando fu concessa a Saddam Hussein l’autorizzazione ad invadere il Kuwait, ha dato inizio, oltre a quella che  definisco la “Seconda Questione d’Oriente”, anche ad una drammatica assuefazione alle tragedie umane che da allora si accaniscono nel Vicino Oriente e nel Nord Africa.  

Tali drammi umanitari spesso sono persi di vista, ignorati e sottovalutati; oggi esiste una “linea della disgrazia” che unisce la Siria, l’Afghanistan, lo Yemen, la Libia, che devasta il mondo musulmano, rivelandosi talmente lunga e persistente che compete, per durata, con le più famose guerre combattute in Europa nel Medio Evo ed in epoca Moderna. La stanchezza ed il fatalismo contraddistinguono l’avanzare dei conflitti, i guerrieri e gli assassini “operano” full time, e l’occidente spesso relega nell’oblio di una informazione “partigiana” e “povera”, i drammi sociali che ormai caratterizzano la vita quotidiana di quelle popolazioni.

Il 18 agosto, l'esercito siriano di Bashar al-Assad, con il determinante appoggio di Putin, ha riconquistato ai jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham, ex succursale siriana di al-Qaeda, la città di Khan Sheikhoun, importante avamposto e punto strategico sull'asse Damasco-Aleppo e tracciato cruciale per la completa riconquista della martoriata provincia di Idleb (nord-ovest). Da quest’area si stanno già ritirando una variegata tipologia di miliziani: dai riconosciuti ribelli al regime di Assad, ai jihadisti disorientati dell’ex Stato islamico, ad una moltitudine di guerriglieri attivi più per “paga” giornaliera che per “convinzione politica”. Tali successi militari sotto la bandiera “russo-siriana”, stanno fomentando, le tensioni mai spente, tra Damasco ed Ankara dell’”antidemocratico naturale” Erdoğan, il quale teme la perdita del pseudo controllo di un area geograficamente definita, ma politicamente confusa e contesa come quella nord siriana vicino alla Turchia, ma rivendicata e già parzialmente strappata all’Isis, dagli “eroici” Curdi.

Va rammentato che i bombardamenti aerei siro-russi nella provincia di Idleb, contro i residui jihadisti, e affini, hanno causato, nei tre mesi scorsi, circa 500.000 sfollati e quasi 800 civili hanno perso la vita (su questa situazione ieri Erdoğan ha contattato Trump per un confronto). Riferisce il direttore dell'Osservatorio Siriano dei Diritti Umani (OSDH), Rami Abdel Rahman, che attualmente la città di Khan Sheikhoun,  “respira” una debole aria di tregua, da parte dell’composito esercito siriano, ma che la “disperazione” jihadista minaccia quotidianamente rappresaglie sulla popolazione rimasta.

Se il fronte nord siriano brancola nel fosco guado di una tregua, con un nemico identificato, il fronte nord occidentale è più articolato. Come sappiamo la Siria di Assad è alawita, una corrente interessantissima dello sciismo, che ha in Iran la madrepatria confessionale. L'Agenzia Nazionale di Informazione libanese (ANI), ha rivelato che Israele, nella notte tra domenica 25 e lunedì 26 agosto, ha colpito con droni armati due sedi di un movimento palestinese filo-siriano e filo-Hezbollah (partito di Dio), posizionate nel Libano orientale, nell'area intorno alla città di Qoussaya (est). Queste “incursioni” hanno preso di mira quelle che Israele ritiene le “postazioni militari” del Comando Generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP-GC). Il Presidente libanese Michel Aoun ha dichiarato che: l’azione israeliana è “una dichiarazione di guerra”, e assicura che il Paese "si riserva il diritto di difendersi".

Il Capo del Governo libanese Saad Hariri, domenica ha denunciato l’"aggressione israeliana” che “minaccia la stabilità regionale”. Ha anche denunciato Israele per l’”affronto” di avere organizzato, per diverse ore, un “massiccio volo di droni nemici su Beirut e la sua periferia”. Stéphane Dujarric, portavoce dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), ha invitato le parti coinvolte alla massima moderazione per evitare una pericolosa escalation. Dujarric ha tuttavia affermato che “le Nazioni Unite non sono state in grado di verificare la veridicità delle informazioni fornite sull'attacco e hanno preso atto delle dichiarazioni libanesi”. Fino ad ora Israele non ha commentato questa operazione. Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah ha denunciato e reso pubblico l’operato dei droni, dichiarando l’incidente “molto pericoloso” minacciando la rappresaglia contro lo Stato ebraico, assicurando che l’appoggio del Libano e della Siria unito al suo arsenale ed alla preparazione dei componenti di Hezbollah, potrebbero essere funesti per Israele e che “non permetterà altri attacchi”.

Alcuni giorni prima l’Israeli Defence Force, per mano del suo “braccio armato”, aveva effettuato, nei pressi della capitale siriana, un attacco con droni armati, contro una postazione di Hezbollah, che, secondo Tel Aviv, stavano ordendo un attacco contro lo Stato ebraico. In tale incursione “dronica”, riferisce l’OSDH (Osservatorio Siriano dei Diritti Umani), hanno perso la vita sia componenti di Hezbollah, che  iraniani.

 La criticità “politica” che unisce la Siria, all’Iran ad Israele ed al Libano, è radicata e cosparsa di cinismo e ambiguità; Benjamin Netanyahu dichiara e ostenta sicurezza nel garantire la difesa dello Stato ebraico, ma l’Iran, secondo i “Servizi israeliani”, risulta che abbia posto a capo della massima espressione “patriottica” militare iraniana, “Forza Quds” (Guardiani della Rivoluzione islamica, operanti fuori dall’Iran), l’artefice e comandante della gloriosa controffensiva, delle forze irachene e iraniane unite, contro l’esercito dell’Isis, Qasem Soleimani, il massimo esponente dell’efficienza militare iraniana, un “mito” anche al giudizio di un “superbo” osservatore militare occidentale.

Il ruolo di Soleimani, è anche quello di pesare notevolmente sul complesso equilibrio del Vicino oriente, che vede, nella Siria di Assad, l’ultima “colonna di sostegno” dopo la “demolizione” di Saddam Hussein e Muammar Gheddafi. Se si considera anche l’attuale tensione sul nucleare tra Washington e Teheran, il “quadro degli equilibri internazionali” dell’area, è piuttosto plumbeo, ma ritengo non dissimile da molti altri “scenari” a noi più vicini.