Tunisia, elezioni di ottobre tra speranze e paure

Mohamed Charfi (1936-2008), accademico, intellettuale e politico tunisino, uomo di spessore internazionale, sosteneva la necessità di una interpretazione “laica” della religione islamica, basando il suo pensiero su principi di “democrazia ragionata”. Le sue osservazioni si basavano sulla “lettura” della realtà tunisina in particolare e del mondo arabo-islamico in generale e sulla rischiosa interpretazione della politica legata, a quella che definisce “l’incomprensione storica”: “Islam et liberté: le malentendu historique” (pubblicazione del 1999).

I suoi timori, inoltre, si esprimevano verso le riforme costituzionali pre-elettorali, infatti nel 2001 presenta il “Manifesto della Repubblica”, sottoscritto da numerose personalità della società civile, nel quale evidenziava la rischiosa riforma costituzionale che procrastinava la durata dei termini presidenziali. A giugno 2019, l’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo (Arp), ha presentato una serie di emendamenti alla Legge elettorale, volti ad eliminare le candidature di “estranei” e con lo scopo di rafforzare i Partiti tradizionali, con la motivazione di “proteggere la giovane democrazia”. Una serie di modifiche che, come cita il giornalista Mohamed Haddad, “spazza la scena politica”. Detti emendamenti, di fatto, impediscono a molti aspiranti deputati indipendenti, quindi non legati a partiti politici strutturati, di candidarsi alle doppie elezioni, politiche e presidenziali, del 6 ottobre 2019. Il 22 luglio, un gruppo di “aspiranti candidati”, si sono presentati negli uffici del Parlamento, per formalizzare la loro esposizione politica, imbattendosi con la “vacatio legis” delle nuove restrittive norme.

Tali emendamenti sono stati voluti su iniziativa della coalizione a sostegno del governo di Youssef Chahed, Capo del Governo; le controversie che si stanno sviluppando all’interno del mondo politico tunisino, stanno minando la consapevole fragilità dello Stato, anche perché i sondaggi di opinione rivelano una decisa svolta, nelle intenzioni di voto, su figure, che fonti governative, qualificano come “populisti”, mentre le “vittime” di tali riforme denunciano che è in atto una “negazione della democrazia”. Si annoverano, tra questi “aspiranti candidati”, il giurista accademico Kaïs Saïd, Nabil Karoui, il discusso padrone del canale televisivo Nessma (di cui Silvio Berlusconi è azionista di minoranza), e Abir Moussi, la presidente del Free Destourian Party (Free Constitutional Party), che ha definito la “Primavera araba” tunisina come una “cospirazione straniera”, ed anche l’intraprendente signora Olfa Terras (leader di una associazione filantropica che finanzia progetti nell’ambito della cultura, dell’arte, dello sport e dell’artigianato), di origini franco-tunisine, già nel 2018 al centro di attenzione politica per la sua annunciata disponibilità a candidarsi alle Presidenziali. Denuncia l’organizzazione non governativa dei diritti tunisini, senza scopo di lucro, Al-Bawsala (la Bussola), che gli emendamenti votati dell’Arp dovrebbero escludere dalla corsa elettorale tre dei quattro personaggi succitati: Karoui, Moussi e Olfa Terras (in Rambourg), sottolineando la rischiosità di un “precedente estremamente pericoloso in una nascente democrazia”. Tuttavia le prese di posizione ufficiali del Capo dello Stato tendono a “stagnare”. Ha affermato la scorsa settimana l’avvocato Salsabil Klibi, che è chiara l’ambiguità degli emendamenti presentati (comunque non censurati dall’Organismo deputato della revisione della loro costituzionalità), e sostiene che il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto, entro metà luglio, rinviare al Parlamento le osservazioni o l’approvazione, per poi convocare il referendum; passato tale tempo, ha l’obbligo di “promulgare la Legge”.

Quello che si evince è che quella che era sembrata una formalità, si è trasformata in un conflitto politico non conclamato tra Yūssef al-Shāhed, Primo Ministro e Beji Caid Essebsi, Presidente della Repubblica, con il conseguente “sgretolamento” politico del partito del Presidente, Nidaa Tounè (Appello alla Tunisia) ed un apparente rilancio del partito Tahya Tounè (Lunga vita alla Tunisia), del Capo dell’Esecutivo, il quale ribadisce la “violazione della Costituzione”, affermando (quasi una velata minaccia), che “la non promulgazione di una legge adottata e convalidata dall’autorità costituzionale minaccia la transizione democratica e le istituzioni statali”. In difesa del Capo dello Stato il consigliere incaricato delle relazioni con il Parlamento e le Parti, Nourredine Ben Ticha, ha ribadito che: “il Capo dello Stato è contrario all’esclusione e in seguito chiederà ai tunisini di giustificare la sua decisione”.

In una visione più ampia del quadro politico, restano due punti da considerare: il primo è il contenuto dei “famigerati” emendamenti; i Partiti presenti in Parlamento accusano la disparità dei controlli sulle modalità riguardanti la “campagna elettorale” degli aspiranti candidati, che agirebbero al di fuori del quadro normativo, senza vincoli sulla pubblicità politica e sulle donazioni provenienti da società pubbliche o private (stabilite per regola con un limite di 60mila dinari pari a circa 19mila euro), ed anche la non osservanza delle regole che vietano i finanziamenti provenienti da fonti extra Tunisia, o l’assistenza in denaro e aiuti concreti ai cittadini in difficoltà. Gli “emendamenti”, quindi, servirebbero ad evitare una “perversione del sistema politico”, lo scopo è quello di “ripristinare la parità tra i candidati”.

Il secondo punto è la situazione con gli Stati confinati, con l’economia e la sicurezza ad essi legata; attualmente l’economia tunisina risulta tendenzialmente “impacciata” nel tentativo di evolversi economicamente. Tuttavia il futuro responsabile della Kasbah (sede del Governo), dovrà contare su una maggioranza coesa, diversa da quella attuale (che è debole dal punto di vista economico e sociale), dovrà essere capace di fronteggiare le inquietudini algerine e le violenze libiche, che in periodi stabili erano mercati per un’importante export commerciale, non dimenticando la drammatica situazione dell’area del Sahel, diventata una complicazione per la sicurezza nazionale nell’ultimo decennio. Ma senza dubbio l’Europa tiene molto alla “sentinella” Tunisia e farà del tutto per non perderla, ricordando Charfi e la sua “Democrazia ragionata”.