Diritti e lavoro, la protesta delle “svizzere”

Tempo, soldi e rispetto. Anche le donne svizzere qualche volta si arrabbiano. Era successo il 14 giugno 1991, per protestare contro le diseguaglianze.

Furono allora 500mila le donne che, vestite di fucsia, scesero in strada per chiedere più diritti, a 10 anni di distanza dall’introduzione del principio di uguaglianza uomo-donna nella Costituzione, che è del 1981 (“L’uomo e la donna sono uguali nei diritti. La legge prevede l’uguaglianza, specialmente negli ambiti della famiglia, dell’istruzione e del lavoro. Uomini e donne hanno diritto alla parità di retribuzione per lavoro di pari valore”); e soprattutto a 20 anni dalla concessione del diritto voto alle donne, che dunque risale al 1971 (alla faccia del Paese civile...).

Il 14 giugno di 28 anni dopo, di malva vestite, migliaia di lavoratrici e casalinghe hanno sfilato per le vie di Ginevra e Berna per chiedere uguaglianza salariale, riconoscimento del lavoro domestico e familiare, e denunciare le violenze sessuali e sessiste. Le manifestazioni sono iniziate alle 15,24 precise, orario molto svizzero ma non casuale, perché sono esattamente l’ora e il minuto della giornata a partire dai quali le donne rossocrociate lavorano gratis. Il che significa che da quelle parti il gap salariale di genere è più o meno del 20 per cento. E a parità di condizioni, soprattutto in termini di formazione e anzianità, il divario retributivo è ancora vicino all’8 per cento, secondo dati forniti dallo stesso governo. Sotto accusa, dunque, sono i salari e le sicurezza sociale.

“Il 14 giugno non è un punto di arrivo ma sarà un punto di partenza”, spiega al quotidiano Le Temps, Maria Pedrosa, dirigente sindacale nella funzione pubblica. “L’ondata femminista del ventunesimo secolo fa eco alle proteste di 30 anni fa: parità di salario per lo stesso lavoro, equa distribuzione del lavoro domestico, promozione e valorizzazione dei mestieri cosiddetti femminili, e critica a un sistema economico che si basa in gran parte su un lavoro free lance o precario, svolto principalmente dalle donne”.

Il lavoro gratuito (casa, infanzia o assistenza agli anziani) ha un valore di circa 40 miliardi di franchi svizzeri, di cui 24 miliardi prodotto dalle donne. Le pensionate svizzere hanno un assegno 3 volte inferiore a quello degli uomini. Molte di loro sono infatti costrette a smettere di lavorare per l’arrivo di un bambino, a causa della mancanza di adeguate strutture di accoglienza (alla faccia del Paese civile…). È la fine del mito. Anche nella politica e negli affari, la parità appare un’utopia. La presenza delle donne in politica non arriva al 30 per cento, mentre solo il 36 per cento delle imprese ha una manager al vertice. La mobilitazione rosa non è piaciuta a gran parte degli imprenditori. Sono in pochi quelli che hanno accettato di pagare ugualmente un giorno di assenza. La gran parte dei datori non ha accettato questa ipotesi ma ha imposto loro di prendere un giorno di ferie o di recuperare la giornata di assenza.