Il neo-colonialismo cinese

Il tipo di presenza economica della Cina in Africa e in Asia costituisce una nuova forma di colonialismo. Mentre il colonialismo occidentale si era dispiegato contando, per prima cosa, sui capi politici locali, i cinesi, invece, puntano con una strategia più a lungo termine sugli investimenti economici, non insistendo su “chi” governa il paese, né su “come” viene governato.

I prestiti economici cinesi, però, contengono in sé la “trappola del debito”. Cioè le infrastrutture realizzate con prestiti cinesi, se i debiti non sono rimborsati, devono essere cedute alla Cina. Un esempio recente è quello dello Sri Lanka. La Cina ha costruito il porto di Hambantota, il porto più grande dello Sri Lanka, dopo il porto di Colombo. È costato oltre 370 milioni di dollari, di cui 85 per cento finanziato dalla Cina. I debiti contratti, però, non sono stati ripagati e, nel dicembre 2017, è stato affittato l’80 per cento del porto alla holding China Merchants Ports; il controllo del porto cioè è passato alla Cina.

C’è un elemento che, in realtà, rende più interessante il prestito finanziario dei cinesi. I governanti dei Paesi in via di sviluppo cercano capitali per far progredire il proprio paese e vogliono realizzare le infrastrutture, le strade, i ponti, presto, per mantenere il consenso della loro popolazione. Per ottenere prestiti dai Paesi occidentali, invece, bisogna sottostare a lungaggini burocratiche e a molti controlli. E ciò richiede tempo, parecchio tempo. Inoltre le condizioni imposte dalle istituzioni finanziarie occidentali, molto spesso sono anche frustranti. La Cina, invece, quando decide di finanziare un’opera, fa arrivare immediatamente i soldi, con grande soddisfazione dei governanti locali.

Il peso politico dei finanziamenti cinesi è lapalissiano. Un esempio. La controversia sullo status politico di Taiwan è incentrata sulla legittimità della sua esistenza come stato sovrano e sul suo riconoscimento da parte della comunità internazionale. Taiwan vuole continuare ad essere indipendente; la Cina, invece, rivendica a sé quel territorio. Ebbene, nessuno dei paesi che ha ottenuto prestiti cinesi, riconosce Taiwan. Pechino ha argomenti ben convincenti per attuare l’isolamento diplomatico di Taiwan.

Da circa dieci anni la Cina è il primo partner economico-commerciale dei paesi africani, con autostrade, attività portuali, purificazione dell’acqua, generatori di energia, costruzioni di ospedali e di scuole, ma anche con una capillare diffusione di piccole imprese commerciali locali. Nel settembre scorso il presidente Xi ha annunciato, a Pechino, di fronte a 50 Capi di Stato di Paesi africani, durante il terzo Forum on China-Africa Cooperation, altri 60 miliardi di dollari di prestiti e fondi speciali per l’Africa. La Cina sta consolidando la sua egemonia mondiale: un flusso di denaro che non è paragonabile a nessun’altra istituzione.

Tutto ciò, evidentemente, comporta anche la creazione di una buona quantità di nuovi posti di lavoro. Gli investimenti economici cinesi diventano, così, ancora più attraenti per i governanti dei paesi in via di sviluppo. La Cina, dalla sua parte, trova materie prime per la sua industria e un mercato per i suoi prodotti manifatturieri.

L’ascesa della Cina come attore principale di sviluppo, spesso tende ad alimentare, in questi Paesi, il male endemico della corruzione. Non è facile in Occidente avere delle élites che facciano l’interesse generale della popolazione; ciò diventa ancora più difficile per i Paesi in via di sviluppo perché sia le motivazioni sia soprattutto i vecchi strumenti adoperati dai colonizzatori di una volta, non sono, in fondo, molto diversi da quelle dei cinesi, oggi. Tuttavia non si può non riconoscere che, con gli investimenti cinesi, stia un po’ migliorando il tenore di vita delle popolazioni interessate.