Il fallimento delle politiche aggressive dell’Iran

Il presidente della Repubblica Islamica dell’Iran Hassan Rouhani ha dichiarato di voler di sospendere l’implementazione di alcuni degli impegni previsti dall’accordo sul programma nucleare (Jcpoa) un anno dopo l’annuncio di Donald Trump del ritiro degli Usa dall’accordo e successivamente l’introduzione delle sanzioni statunitensi.

L’Iran interromperà la dismissione dell’uranio arricchito e dell’acqua pesante che possiede e se entro 60 giorni non verranno introdotte nuove condizioni favorevoli all’Iran intorno all’accordo, ricomincerà ad arricchire l’uranio. Il Segretario di Stato americano Michael Pompeo ha ribadito l’impegno degli Usa di continuare ad applicare la “massima pressione sul regime Iraniano fino a quando i suoi leader non abbandoneranno le loro ambizioni destabilizzanti”.

In un comunicato congiunto l’Alto Rappresentante Federica Mogherini ed i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Regno Unito hanno espresso preoccupazione e ribadito il proprio impegno a favore della piena implementazione del Jcpoa. La minaccia iraniana aumenta nel corso degli ultimi mesi a causa della crisi economica interna e del crollo degli investimenti esteri nel paese islamico. Negli ultimi tempi, l’illusione di una “corsa all’oro” verso l’Iran ha iniziato a dissolversi lasciando il posto ai crescenti ostacoli di natura bancaria e finanziaria che derivano dalla legislazione e dalle misure sanzionatorie americane.

Molte imprese italiane iniziano a toccare con mano gli innumerevoli rischi cui va incontro chi decide di investire in Iran. Emblematica, la ricostruzione dell’ambasciatore Giulio Terzi, già ministro degli Esteri e Senior Advisor dell’organizzazione statunitense “United Against Nuclear Iran”, che ricostruendo la storia degli ultimi anni dell’Iran e del suo rapporto con l’Occidente e l’Europa ha dichiarato:  “Quando il presidente iraniano Rouhani ha fatto il suo ‘trionfale’ tour europeo nei primi mesi del 2016 con prima tappa a Roma, non poteva certo immaginare che dopo soli pochi anni si sarebbe creata una situazione così problematica e di diffuso disagio. Sin dall’inizio di quella che veniva presentata dal Governo Renzi come una nuova e straordinaria stagione per un rilancio dei rapporti economici con l’Iran, molti imprenditori avevano reagito con grande prudenza, esprimendo sia in privato che in pubblico i loro fondati dubbi. In effetti le crisi regionali alimentate dalle pesanti interferenze di Teheran, l’instabilità interna dimostrata dalle numerose e prolungate rivolte della popolazione, i rischi legali, finanziari, reputazionali, e commerciali definiscono un quadro complessivo estremamente problematico. Indipendentemente da quante conferenze per promuovere affari con l’Iran continuino a essere organizzate in Europa nel tentativo di cambiare tale percezione, il buon senso degli operatori economici sembra nettamente prevalere sull’impostazione di alcuni governi europei”.

Intanto, il Fondo Monetario Internazionale apre ufficialmente “il dossier Iran”, con la proiezione che è anticamera di fatto allo spettro recessione. L’economia iraniana è calata del 3,9% nel 2018, secondo l’Fmi, che per fine 2019 prevede una riduzione del 6 per cento. Secondo il Fmi la difficoltà politica ed economica del regime risiede nel compito che attende la gestione sociale e politica, ovvero garantire la macro-stabilità al paese e affrontare le sfide di crescita a medio termine, incentivando l’occupazione e il lavoro interno, invece di finanziare armamenti e terrorismo in tutto il globo. Finanziamenti utilizzati dal regime all’estero per manovre politiche e per innescare conflitti, opportunità economiche che vengono sottratte agli investimenti interni, come dimostrato da un recente approfondimento del Partito Radicale che ha visto la partecipazione oltre di Terzi, anche dell’economista Mario Baldassari, dei senatori Lucio Malan e Roberto Rampi, di Elisabetta Zamparutti di Nessuno tocchi Caino e dell’onorevole Nicola Ciracì.

La difficoltà interna al regime, con il conseguente intensificarsi della repressione, sta tutta nell’indice di malcontento sociale rilevato dal Fmi, secondo cui negli ultimi mesi l’indice che calcola la percentuale di articoli sui media che trattano termini proteste, dimostrazioni e altre forme di disordini sociali, ha raggiunto i massimi pluriennali in alcuni paesi come l’Iran. La sistematica violazione dei diritti umani, la continua repressione delle minoranze etniche e religiose e l’utilizzo della pena capitale per crimini legati alla coscienza individuale sta innescando un malcontento interno che genererà nuove proteste e disordini.