La militarizzazione della Cina di Xi Jinping

“Siate pronti al combattimento”. È così che il South China Morning Post, quotidiano di Hong Kong che riflette sempre più la linea del Partito comunista, ha sintetizzato il primo ordine impartito quest’anno da Xi Jinping all’Esercito popolare di liberazione (Epl). Xi, nel suo discorso trasmesso dalla televisione nazionale, ha chiesto quanto segue: “Preparatevi a una lotta armata globale che sarà una nuova base di partenza”.

Da più mesi, il coraggioso leader cinese minaccia i paesi vicini e gli Stati Uniti. “Xi non solo sta scherzando con la guerra”, ha scritto Victor Mair della Università della Pennsylvania nella newsletter del mese di febbraio inviata alla mailing list del Fanell Red Star Rising. “Ne prepara una. È in uno stato mentale pericoloso”.

Davvero pericoloso. Da Washington a Nuova Delhi, i responsabili politici si chiedono se la Cina inizierà il prossimo grande conflitto della storia. Pechino ovviamente vuole “vincere senza combattere”, ma le misure che Xi Jinping sta prendendo potrebbero portare comunque allo scontro armato. Uno sviluppo particolarmente preoccupante a riguardo è l’acquisizione di potere da parte dell’esercito cinese negli ambienti politici di Pechino.

L’Epl, l’acronimo con cui è conosciuto l’esercito cinese, si equipaggia rapidamente e questo è un segnale allarmante. Pechino ha sempre sostenuto che le proprie forze armate hanno una natura prettamente difensiva, ma nessun paese minaccia il territorio sotto il controllo della Cina. Pertanto, la corsa agli armamenti sembra essere un prodromo dell’aggressione. Gran parte dell’equipaggiamento che l’Esercito popolare di liberazione (Epl) cinese sta acquisendo – portaerei, veicoli militari anfibi e bombardieri stealth – è destinato a dimostrare la propria potenza e non alla difesa della patria.

I dirigenti cinesi – e non solo Xi Jinping – credono che i loro territori dovrebbero essere molto più vasti di quanto non lo siano oggi. La preoccupazione è che, dando seguito alla loro retorica, utilizzeranno armi nuove di zecca per tentare di conquistare un territorio e occupare il suo spazio aereo e marittimo. I cinesi – i leader, ma anche gli altri – costituiscono il peggiore caso al mondo di irredentismo, dal momento che cercano di “recuperare” luoghi che di fatto non hanno mai governato, ma non necessariamente prevedono la conquista militare come mezzo per acquisire vasti “territori perduti”. Credono di poter intimidire e costringere, per poi assumere il controllo senza usare la forza.

Il riarmo rapido ha anche altri obiettivi. Parlando della Cina, Arthur Waldron, dell’Università della Pennsylvania, ha detto al Gatestone Institute: “Penso che il suo obiettivo sia quello di aumentare la sua grandiosità agli occhi della mondo, pertanto, la sua corsa agli armamenti è da intendersi come un tentativo di diventare abbastanza potente da far vacillare il sistema internazionale senza conseguenze”.

Nonostante la retorica, i cinesi conoscono i “fattori imponderabili” della guerra. Per secoli, non sono stati molto bravi, subendo sconfitte e invasioni. Anche i loro trascorsi militari sotto la Repubblica popolare sono insignificanti. Sì, i cinesi hanno assunto il controllo delle isole Parcels e delle Spratly, situate nell’arcipelago del Mar cinese meridionale, in una serie di schermaglie con vari governi vietnamiti, ma si tratta di episodi di poco conto se paragonati alle sconfitte. Nei primi anni Cinquanta, Mao Zedong perse forse 600mila soldati – tra cui suo figlio, Mao Anying – nella guerra di Corea, prima di iniziare la ritirata. Il suo successore, Deng Xiaoping, lanciò un’incursione nel 1979 “per dare una lezione al Vietnam” e invece subì una sconfitta umiliante per mano del suo piccolo vicino comunista.

Nonostante i mediocri precedenti, la Cina suscita vive preoccupazioni. Xi era già in obbligo verso i generali e gli ammiragli, che costituiscono il fulcro del suo sostegno politico negli ambienti del Partito comunista e sono diventati ancora più potenti quando la popolazione cinese è diventata più recalcitrante. Come ha dichiarato di recente al Gatestone Willy Lam, dell’Università di Hong Kong, “la dirigenza è paranoica riguardo ai massicci disordini sociali” e così ha conferito all’esercito e alla polizia “un ulteriore potere di rafforzare la sicurezza interna (...) Xi sa molto bene che sono l’esercito e la polizia a tenere in vita il Partito”.

Il presidente cinese ha cercato di tenere sotto controllo l’esercito mediante tentativi “anti-corruzione” – che in realtà sono una serie di purghe politiche – e con “una profonda trasformazione dell’apparato militare”, come ha spiegato June Teufel Dreyer, dell’Università di Miami, al Gatestone.

Eppure, questi tentativi non hanno avuto pieno successo. Ecco perché Xi sta cercando, nelle parole di Waldron, di essere considerato un “‘imperatore marziale”. Conosce il potere dell’Epl di “incoronatore”, capace di sostenere e deporre i leader civili. “L’attuale attenzione cinese verso l’esercito ha senz’altro radici politiche interne e non è legata ai cambiamenti nelle condizioni di sicurezza”, ha affermato Waldron. Xi, per accattivarsi i favori dell’esercito, deve assecondare gli alti ufficiali.

Il fatto che il processo sia guidato internamente non lo rende meno pericoloso. Il leader cinese, ha promosso grosse spese militari e ha permesso ad alti ufficiali di avere un ruolo smisurato nella formulazione di provocatorie politiche esterne. La dichiarazione del novembre 2013 riguardo la zona di identificazione per la difesa area sul Mar cinese orientale, un audace tentativo di controllare i cieli al largo delle sue coste, è un chiaro esempio dell’influenza militare. Il sequestro dello Scarborough Shoal all’inizio del 2012, nonché la rivendicazione e la militarizzazione dell’arcipelago delle isole Spratly nel Mar cinese meridionale sono altri eventi destabilizzanti.

L’influenza dei militari nella capitale cinese implica anche un’ostilità permanente. A due riprese, nel dicembre scorso, alti ufficiali dell’Epl hanno pubblicamente minacciato la Marina degli Stati Uniti di attacchi ingiustificati. “Gli Stati Uniti hanno più paura di noi della morte”, ha dichiarato il contrammiraglio Luo Yuan nella seconda delle minacce. “Ora abbiamo missili Dong Feng-21D e Dong Feng-26. Questi sono i cosiddetti ‘killer delle portaerei’. Noi possiamo attaccare e affondare una delle loro portaerei. Perderanno 5mila soldati. Se ne attaccassimo e ne affondassimo due, perderebbero 10mila uomini. Vediamo se gli Stati Uniti hanno paura o no?”.

Il mondo intero, e non solo gli Stati Uniti, dovrebbe avere paura, anche a causa del parallelismo tra l’esercito cinese di oggi e quello del Giappone negli anni Trenta. Negli anni Trenta, gli ufficiali dell’esercito giapponese “presero delle misure drastiche per costringere il governo a entrare in guerra, non esitando ad assassinare i leader politici nipponici contrari al bellicismo”, ha detto Dreyer al Gatestone. All’epoca, l’esercito giapponese, come quello cinese di oggi, era incoraggiato dai propri successi e dal clima ultranazionalista. Allora, come adesso, i politici esercitavano un vago controllo sul più grande esercito dell’Asia. Allora, come oggi, il più grande esercito dell’Asia era sicuro di sé e bellicoso.

Inoltre, negli anni Trenta, i media pubblicizzavano l’idea che il Giappone fosse circondato da potenze ostili che volevano impedirne l’espansione. Eri Hotta, autore di Japan 1941: Countdown to Infamy, scrive che i giapponesi “si erano convinti di essere vittime delle circostanze piuttosto che degli aggressori”. Questo è esattamente ciò che i cinesi stanno facendo in questo momento.

Nel suo libro, Hotta cita Maruyama Masao, un eminente politologo del dopoguerra: “Alla domanda: ‘Volevano la guerra?’, la risposta è sì. E anche alla domanda: ‘Volevano evitare la guerra?’, la risposta è sì”. “Pur volendo la guerra, cercarono di evitarla; ma volendo evitarla, scelsero deliberatamente il percorso che condusse a essa”.

Purtroppo, questo schema tragico è evidente oggi in una Pechino dove i cinesi, con i gradi sulle spallette, sembrano voler ripetere uno dei peggiori errori del secolo scorso.

(*) Gatestone Institute

Traduzione a cura di Angelita La Spada