Brexit: le tre novità per uscire dall’impasse

Sono tre i cardini dell’intesa dell’undicesima ora strappata da Theresa May a Strasburgo nel negoziato senza fine con l’Ue sulla Brexit per cercare di uscire dall’impasse sullo spinoso nodo decisivo: quello del cosiddetto backstop, la clausola di salvaguardia sul mantenimento di un confine aperto fra Irlanda del Nord e Irlanda destinata a scattare in caso di necessità a garanzia di quanto previsto dalle parti fin dallo storico accordo di pace del Venerdì Santo del 1998. Tre punti su cui la premier britannica, il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e il capo negoziatore, Michel Barnier, fanno leva per alimentare la speranza di un via libera alla ratifica da parte del riottoso Parlamento di Westminster.

Le tre novità sono: 1) un cosiddetto “strumento condiviso legalmente vincolante”, allegato all’accordo di divorzio raggiunto a novembre, che garantisce al Regno Unito di non restare “intrappolato” a tempo indefinito in quel supplemento di unione doganale europea che l’eventuale attivazione del backstop comporterebbe temporaneamente. E di potersi rivolgere in caso di controversia a un arbitrato indipendente per dirimere la questione. 2) Una “dichiarazione unilaterale” allegata alle intese dalla sola parte britannica (ma senza essere smentita da Bruxelles) che afferma come nulla di quanto previsto dall’accordo di recesso possa impedire in futuro al Regno di mettere fine con decisione sovrana alla propria adesione allo stesso backstop, laddove l’Unione mostrasse di volerne prolungare la durata. 3) Infine una “dichiarazione congiunta” collegata con quella sulle relazioni future che impegna le parti a definire entro il dicembre 2020 - ossia entro la fine del previsto periodo di transizione post divorzio - soluzioni alternative al backstop per assicurare un confine irlandese senza barriere. Per esempio immaginando il ricorso a nuove tecnologie avanzate di controllo che non impongano lo stop a persone e merci.

Per il vicepremier di fatto del governo May, David Lidington, si tratta di documenti che hanno lo stesso “valore legale” dell’accordo di novembre tra Londra e i 27. Per il leader dell’opposizione laburista, Jeremy Corbyn, e per il suo ministro ombra per la Brexit, Keir Starmer, invece no. Di certo si tratta di passi in avanti per venire incontro alla premier e alle resistenze della sua maggioranza: specialmente quelle dei falchi Tory brexiteer e degli alleati della destra unionista nordirlandese del Dup. Passi che tuttavia non cancellano almeno due punti deboli: 1) Gli impegni previsti nei tre allegati erano in effetti già indicati, almeno in sostanza, nella lettera di rassicurazioni (insufficiente per Westminster) inviata dallo stesso Juncker e del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, qualche settimana fa. E non modificano il testo originario dell’accordo, integro con le sue 585 pagine come voleva Bruxelles. 2) Nella prima bozza della mozione che il governo intende mettere ai voti del Parlamento (e che recepisce in cinque punti i tre documenti nuovi, assieme all’accordo di divorzio e alla dichiarazione politica sulle relazioni future di novembre) è scritto nero su bianco che “i cambiamenti” introdotti “riducono il rischio” di una proroga “indefinita” del backstop per il Regno. Non che lo eliminano del tutto.